EFFETTO COVID/ Il virus dell’assistenzialismo che non aiuta i lavoratori fragili

- int. Romano Guerinoni

La crisi rischia di colpire i lavoratori più fragili. La risposta non deve essere però l’assistenzialismo che deresponsabilizza le persone

Reddito di Cittadinanza alle poste
Reddito di Cittadinanza (Lapresse)

La Fondazione Welfare Ambrosiano ha come soci il Comune, la Città Metropolitana, la Camera di Commercio e Cgil, Cisl e Uil di Milano. È nata per rispondere in modo proattivo ai bisogni economici di quei lavoratori che per un “intoppo” temporaneo rischiano di scivolare nella povertà esplicita. Per questo ha avviato programmi di microcredito sociale e di sostegno a progetti di microimprenditorialità. È un osservatorio privilegiato cui chiedere, mediante il suo Direttore Romano Guerinoni, una valutazione sugli effetti della pandemia.

Direttore, che valutazione si può fare circa gli effetti della pandemia sui lavoratori più fragili?

La prima valutazione che voglio richiamare è il rischio che il coronavirus alimenti un ritorno al virus dell’assistenzialismo. Lo dico da un punto di vista di chi segue da anni il mutare delle nuove povertà e avendo come scopo della Fondazione quello di realizzare un welfare responsabile e non assistenziale. Da dieci anni ci occupiamo di strumenti di sostegno al reddito, dal microcredito all’anticipo delle Cig, con interventi che si basano sulla corresponsabilità. Noi aiutiamo le persone che si mettono in gioco e fanno con noi un patto sulla fiducia. Noi mettiamo le garanzie per accedere a un credito agevolato, ma le persone devono fare la loro parte. Già con il reddito di cittadinanza avevamo registrato rinunce ad attivarsi, anche con un lavoro, in attesa del sostegno statale. Qui non si vuole mettere in discussione il necessario contrasto alla povertà, ma indicare un aspetto educativo che si chiama responsabilità personale che non deve essere mai cancellato, in particolare per certe categorie.

Ci faccia un esempio.

Ho trovato incredibile la modalità con cui Governo e opposizione si sono inseguiti sul chi sparava più in alto con i lavoratori autonomi a partita Iva. Una corsa indifferenziata in una logica solo assistenziale con persone che invece proprio dell’intraprendenza dovrebbero farne una bandiera. Da un lato, la rincorsa al contributo ha reso evidente quante di queste partite Iva siano fasulle, ovvero nascondono nei fatti lavoro dipendente, dall’altro non si è aiutato chi davvero a partire dalla crisi voleva rilanciarsi. Avrei puntato di più sul combinato tra sostegno al reddito e accesso al credito, solo sulla carta migliorato dai decreti Covid, per investimenti e formazione. Come Fondazione abbiamo lanciato in questi mesi un progetto di nome Partita AttIVA proprio per garantire l’accesso al credito ai lavoratori autonomi o indipendenti in presenza di un progetto professionale.

Quali persone intercettate nella vostra attività e come definirebbe la nuova stratificazione delle povertà?

Le persone della Milano “di mezzo”. Come detto prima non occupandoci di povertà conclamata e non volendo sostituirci ai servizi sociali, il nostro target sono le famiglie e persone in temporanea difficoltà economica e sociale. Quelli che hanno un calo di reddito perché in cassa integrazione, quelli a cui è calato il fatturato, quelle famiglie dove si lavorava in due e uno perde il lavoro o non si vede rinnovato il contratto a termine. In definitiva quelle persone che la crisi sta già colpendo, che non sono i poveri che sempre poveri restano, né i ricchi che rimangono tali.

La sfida del Covid vi ha portato a elaborare nuovi programmi?

Oltre all’attività già in essere lanceremo a giorni il nostro “Credito Solidale 2.0 Ripartenza”. È un microcredito che può arrivare a 10.000 euro destinato alle famiglie in difficoltà, sarà a interessi zero e con restituzione in 5 anni a partire dal secondo dopo l’ottenimento del credito. È un intervento voluto per rispondere al calo del reddito che la pandemia ha determinato per molti lavoratori e vuole realizzare modalità di restituzione che consentano la ripresa dell’autonomia economica e la sostenibilità.

A quali bisogni intendete rispondere con questo intervento?

Quelli indispensabili. Per pagare l’affitto o l’arretrato delle spese condominiali, per consentire ai figli di studiare all’Università, per spese mediche non coperte dal Ssn, per spese di trasloco e mobili necessari, per beni primari e vista la situazione che stiamo vivendo anche per sostenere in parte il costo della vita di tutti i giorni

Quali parole d’ordine vi state dando in vista di un’auspicabile ripartenza?

La crisi sanitaria che ci ha colpito rende ancora più evidente che le trasformazioni comunque in atto del mondo del lavoro richiedono nuove idee e strumenti. A mio avviso è necessario lanciare il welfare delle opportunità territoriali, da aggiungere agli ammortizzatori sociali così come fino a oggi abbiamo conosciuto e che vanno adattati al nuovo. Un patto locale tra enti pubblici, imprese e sindacati che, oltre alle politiche attive per il rilancio del lavoro, preveda di offrire delle opportunità alle persone escluse dai circuiti di copertura contrattuale e aziendale. Non solo l’accesso al credito per chi non ha garanzie se non quelle morali, ma anche strumenti di facilitazione all’abitare sociale o spazi di coperture sanitarie complementari. Quello che come Fondazione vogliamo mettere come valore aggiunto è l’accompagnamento alle persone che non è la presa in carico, che richiama il dovuto intervento pubblico/assistenziale, ma la descrizione sociale di un’azione di proattivazione e sostegno rivolta alle persone che ci stanno a programmare la loro ripartenza con noi.

(intervista a cura di Massimo Ferlini)

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