ELEZIONI 2022/ Dietro l’apertura di Calenda a Meloni il vero patto post 25 settembre

- Paolo Torricella

Calenda ha detto, in una selva di nomi, che governerebbe pure con la Meloni. Ha dovuto fare marcia indietro, ma è esattamente quello che accadrà

eletti terzo polo Carlo Calenda con Matteo Renzi, il "Terzo polo" (LaPresse)

Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti, quando si parla sovrappensiero, soprattutto, si dà sfogo a ciò che si ha nel profondo senza curarsi troppo della forma, nella migliore delle ipotesi sbagliando un congiuntivo, o, nella peggiore, svelando un contenuto intimo taciuto e sepolto. Senza troppo farci caso viene fuori qualcosa che non si doveva dire. I maggiori esperti nella materia pare siano i diplomatici inglesi. Noti gaffeur, al punto di avere una vera e propria tradizione in materia secondo Oscar Wilde, con le gaffes hanno scatenato guerre come alle Falkland o confuso la Brexit con la crisi ucraina, come Boris Johnson.

Da noi il termine più simile è lapsus, una elegante parola latina che priva di colpa chi ne è vittima. Un momento di vuoto che lascia libero il fluire della parola. Si vede che Carlo Calenda, che ha in Churchill il suo idolo, è profondamente inglese anche in questo ed ha utilizzato il lapsus per giustificare ciò che accadrà qualche tempo dopo il 25 settembre.

Nel mentre mena Letta e Conte, Calenda si preoccupa di mantenere le distanze dalla Meloni per non essere risucchiato nel vortice nero che la circonda spaventando parte del suo ancora esiguo elettorato. Eppure Calenda ha detto una cosa ovvia. Meloni può essere, e sarà, se i numeri saranno quelli giusti, l’azionista di maggioranza di un futuro governo atlantista che prenda in mano le redini dopo la sbornia elettorale. E mentre il Pd tentennerà per poi aderire, con il solito realismo e qualche perdita a sinistra, alle “esigenze del Paese”, gli eletti di Azione di questo rapporto con la Meloni poco avrebbero da lamentare. La linea rosa Meloni, Carfagna, Gelmini ha già governato assieme (Berlusconi IV) condividendo, con l’allora Re Silvio, il tavolo tondo di Palazzo Chigi fresco di restauro. Certo con pesi diversi, con la Meloni (dal 2008 al 2012) allora giovane e perciò ministro alla Gioventù, e le due berlusconiane una alle Pari opportunità, perché donna, e l’altra all’Università perché laureata. Erano gli anni d’oro delle cene eleganti, del voto su Ruby, un periodo di grande coesione per il centrodestra, finito con Silvio cacciato dallo spread e dalla gaffe (ecco che torna) di Merkel e Sarkozy, complici in una risata rivelatoria poche ore prima del suo allentamento.

Calenda sa che quella storia se l’è portata in casa sua, ed ha messo in conto che con la Meloni governerebbe, o almeno governerebbero le sue magnifiche colleghe. Certo non può dirlo in campagna elettorale e certamente gli avranno tirato le orecchie per questa gaffe, ma in fondo lui è sereno così. In fondo un lapsus, una gaffe, non è altro che il modo migliore per dire la verità senza averne colpa e poi, un domani, sostenere di essere stato addirittura sincero. E poi, da buon aspirante leader dei moderati, perché Silvio potrebbe averle avute allo stesso tavolo tutte assieme e lui no? Ecco. Anche lui potrebbe, finalmente, da buon aspirante re anche se solo di lapsus, per ora.

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