SCIENZ@SCUOLA/ La richiesta formativa oggi. Una sfida per la scuola: insegnare a pensare

- Marco Martini

Il contributo riporta problemi che coinvolgono l’esperienza di molti giovani. Si evidenzia come il compito della scuola sia di insegnare a «pensare» secondo tutti i fattori della ragione.

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Il lavoro in unantica stamperia

La redazione intende onorare la memoria dell’amico Marco Martini, di cui ricorda l’impegno appassionato e creativo nel campo dell’educazione, pubblicando la relazione svolta nel 1995 al convegno nazionale del SEED Parlare di scienza o fare scienza?
Il contributo evidenzia problematiche, allora intuite e delineate con preveggenza, che oggi coinvolgono l’esperienza diretta di molti giovani.
Nell’analisi del rapporto formazione/lavoro viene sottolineato come il compito specifico della scuola non sia più quello di preparare al lavoro in termini funzionalistici, ma insegnare a «pensare» dove questo verbo ha una densità che coinvolge tutti i fattori della ragione.

Sviluppo il tema che mi è stato assegnato dal punto di vista delle ricerche che conduco da parecchio tempo sull’evoluzione del sistema lavorativo, sulle previsioni della domanda di lavoro a breve e a medio termine e quindi cercherò di rispondere alla formulazione del tema evidenziando quali sono i cambiamenti di strutture formative e di contenuti formativi che la società di oggi richiede.
Per rispondere a questa domanda articolo l’intervento in due parti: in una prima cercherò di formulare schematicamente qual era la richiesta formativa della società di ieri in modo da potere evidenziare, per differenza, quali sono i tratti peculiari della richiesta formativa della società di oggi che in realtà è già la società di domani.

La richiesta formativa della società di ieri

Quando dico ieri intendo riferirmi alla società industriale formatasi nel corso di un secolo e mezzo, in Italia forse in un secolo, che ha trovato un suo equilibrio che oggi è messo in discussione.
Il problema formativo della società industriale era quello di preparare uomini e donne capaci di occupare un posto nella società stessa, un posto di lavoro nell’impresa o nella pubblica amministrazione, per prepararsi al quale la società industriale, la società di ieri a differenza della società dell’altro ieri agricola, aveva trovato un modo di organizzare la vita: i primi venti-venticinque anni dedicati alla formazione, i successivi quaranta al lavoro vero e proprio e ciò che restava al riposo.
Questa tripartizione della vita in realtà è una grande innovazione della società industriale e aveva come presupposto che il lavoro consistesse nell’occupazione di un posto in organizzazioni relativamente stabili, la cui durata per l’appunto fosse all’incirca di quarant’anni, costruite intorno a tecnologie stabili, per rispondere a bisogni dati.
Il processo produttivo era pensato, nella società industriale, come una successione di operazioni prevedibili in un sistema chiuso, cioè in un sistema che qualcuno aveva isolato: proprio in virtù del fatto che fosse chiuso questo sistema era prevedibile; le operazioni richieste all’uomo erano operazioni prescrivibili proprio perché prevedibili e rappresentabili da uno schema logico di tipo lineare che riproponeva la tipica sequenza della ragione strategica, cioè la sequenza delle cause e degli effetti e dei mezzi e dei fini.
Questo è il modo con cui sono state, e sono tuttora pensate, le organizzazioni dell’impresa che avevano al loro centro l’impianto, la macchina, intorno a cui si muovevano gli uomini con le loro operazioni fisiche e/o mentali (sempre più mentali e sempre meno fisiche). In un sistema chiuso lavorare significava appunto occupare un posto previsto e svolgere delle mansioni, o delle operazioni, altrettanto previste e quindi prescritte.

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Marco Martini (1944-2002)
Laureato in Scienze Politiche, dal 1986 è stato Ordinario di Statistica Economica presso l’Università degli Studi di Milano. Nel 1996, presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca ha promosso la realizzazione della Facoltà di Scienze Statistiche di cui è stato Preside fino alla morte.

© Pubblicato sul n° 16 di Emmeciquadro

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