SCIENZA&CLASSICI/ Galileo [Rilettura]

Il libro presenta sinteticamente, ma in modo completo, i punti essenziali della vicenda umana e scientifica di Galileo sfatando i tanti miti descritti nei libri, anche di scuola, su Galileo.

14.04.2009 - Paolo Musso
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Dalla copertina del Libro

Stillman Drake

Galileo

Il Mulino – Bologna 1998

Pagine 126 – Euro 9,30

Due pregi e due difetti di questa comunque interessante opera di uno dei massimi studiosi di Galileo.
Anzitutto, il libro di Drake ha il pregio di presentare in modo sintetico ma al tempo stesso completo (dote rara) i punti essenziali della vicenda umana e scientifica di Galileo.
Secondo pregio, peraltro al primo strettamente collegato, è quello di sfatare gran parte dei tanti miti (o, per dirla tutta, dei veri e propri falsi storici) che da tempo immemorabile infestano la stragrande maggioranza dei libri a Galileo dedicati, a cominciare da quelli di scuola.
Tanto per cominciare, Drake demolisce in modo equanime tanto le interpretazioni che vorrebbero farne un innovatore assoluto, che rompe completamente con il suo tempo (e, soprattutto, con la sua Chiesa), quanto quelle altre, opposte e simmetriche, che vorrebbero invece sminuire l’importanza della novità da lui introdotta inquadrandola in categorie già note.
In particolare, l’autore ha qui il grandissimo merito di distinguere chiaramente (pur senza spiegare altrettanto chiaramente il perché) Galileo da Bacone e, soprattutto, da Cartesio, che (specialmente il secondo) gli vengono in genere tanto regolarmente quanto immotivatamente accostati come presunti co-fondatori della scienza moderna. Inoltre, Drake chiarisce come a combattere Galileo furono principalmente i filosofi aristotelici, e come al decreto del 1616 e, successivamente, al processo si arrivò in modo quasi casuale, per una serie di sfortunate circostanze, e non per una volontà premeditata e sistematica di combattere il copernicanesimo da parte dei vertici della Chiesa, che semplicemente non esisteva.
Se i pregi riguardano soprattutto la ricostruzione storica dei fatti, i difetti stanno invece essenzialmente sul versante della loro interpretazione.
Il primo consiste in una certa tendenza dell’autore a un’eccessiva idealizzazione della figura di Galileo, che lo porta talora a sostenere tesi poco credibili, come per esempio laddove vorrebbe convincerci che il nome di Simplicio sia stato da Galileo attribuito al difensore di Aristotele solo perché così si chiamava un suo antico commentatore, e non invece per una intenzione maliziosa da parte di Galileo stesso, che fra i tanti autorevoli aristotelici disponibili su piazza era andato a scegliere – guarda caso! – proprio quello il cui nome meglio si armonizzava con il tono canzonatorio di cui nel Dialogo lo fa spesso oggetto; o dove tenta un’improbabile difesa della indifendibile teoria galileiana della maree; o ancora, nella ricostruzione dell’equivoco relativo al decreto del 1616 (che venne notificato a Galileo da Bellarmino nella forma di «non sostenere né difendere» il copernicanesimo, senza l’ulteriore aggiunta della proibizione di «insegnarlo», che sarebbe scattata solo in caso di una sua ribellione), che è sicuramente importante, ma non giustifica che Drake lo presenti come l’unica motivazione del processo stesso, tentando inoltre di persuaderci che Galileo si era adeguato all’ingiunzione di cui sopra, presentando il copernicanesimo sempre e solo come pura ipotesi e mai invece sostenendolo né difendendolo, il che sarà forse vero se ci atteniamo alla lettera dei suoi testi, ma non certo se guardiamo al loro spirito.
Peraltro in quest’ultimo aspetto gioca un ruolo importante anche il secondo difetto, vale a dire una certa sudditanza (probabilmente inconsapevole) di Drake verso la filosofia della scienza contemporanea, di orientamento prevalentemente relativista e antirealista, benché egli ne respinga esplicitamente le versioni più estreme.
Così, nel contrapporre la scienza galileiana alla filosofia del suo tempo egli fatica a conciliare il gradualismo e l’anti-essenzialismo tipici della prima con l’idea che essa possa cionondimeno conoscere la verità, fi nendo per qualifi carla come «scienza utile », un’idea tipicamente baconiana (e, al limite, cartesiana) che a Galileo mai sarebbe passata per la testa, benché certamente egli abbia più volte utilizzato le proprie scoperte scientifi che in funzione dell’utile, a cominciare dal suo: ma la scienza in se stessa era per lui, senza ombra alcuna di dubbio, un metodo – anzi, «il» metodo – per scoprire la verità, benché solo a proposito «delle sustanze naturali».
E per quanto sia certamente vero che più ancora che la verità del copernicanesimo a lui stava a cuore che la Chiesa accettasse la sua posizione metodologica, ciò non esclude affatto (e perché mai dovrebbe?) ciò che traspare con cristallina evidenza da tutti i suoi testi, e cioè che Galileo era intimamente e assolutamente certo che il copernicanesimo non era solo legittimo, ma era altresì vero: e proprio per questo, sapendo che prima o poi si sarebbe comunque affermato, voleva evitare che la Chiesa lo condannasse, come Drake stesso ha correttamente sottolineato in altri passi del libro.

Recensione di Paolo Musso
(Filosofia della Scienza – Università dell’Insubria – Varese)

© Pubblicato sul n° 35 di Emmeciquadro




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