SCIENZA&LIBRI/ Un cantico per Leibowitz

- Gianluca Lapini

Non a tutti piace il genere fantascientifico. E’ considerata come «finta-scienza». Eppure la fantascienza proietta in un possibile futuro le passioni e gli interessi umani di tutti i tempi

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Dalla copertina del libro: Un cantico per Leibowitz

Walter M. Miller jr.

Un cantico per Leibowitz

Urania Collezione n. 084,
Mondadori, Milano 2010

Pagine 422 –  € 5,50

Non a tutti piace il genere fantascientifico. Non sono pochi quelli che lo bollano inesorabilmente come «finta-scienza», o che non riescono a sopportare la trasposizione in ambienti fantasiosi e quasi magici, ammantati di pseudo-scienza, degli stessi stereotipi della guerra, dell’amore e del potere, che caratterizzano gran parte della letteratura antica e moderna.
Eppure con la fantascienza si sono cimentati, con risultati spesso apprezzabili, non solo scienziati di valore, come i notissimi Isaac Asimov (Cronache della galassia, Io Robot) e Arthur C. Clarke (2001, Odissea nello spazio), ma anche grandi narratori come Clive S. Lewis (Lontano dal pianeta silenzioso, Peleranda) o saggisti come Aldous Huxley (Il mondo nuovo).
Peraltro, se è vero che la fantascienza proietta in un futuro più o meno improbabile le stesse passioni e gli stessi interessi umani di tutti i tempi, e che in essa non mancano pertanto anche i riferimenti al mistero e all’occulto, difficilmente si trovano nella letteratura fantascientifica riferimenti espliciti alle attuali religioni, quasi che nel mondo futuro, plasmato dalle tecno-scienze, ci possa forse essere spazio per qualche arcaico residuo di sentimento religioso, ma non certo per le religioni storiche, in particolare il cattolicesimo, con la loro dottrina, organizzazione e riti.
Uno scrittore che fa eccezione a questa regola è l’americano Walter M. Miller jr, ben noto nel mondo della fantascienza, ma non altrettanto al grande pubblico, del quale sono stati rieditati in Italia nel 2010 due romanzi che ci è sembrato valesse la pena di segnalare ai nostri lettori, non solo per il loro valore intrinseco, quanto anche per questa loro anomala caratteristica di descrivere la religione cattolica come un fattore permanente di civiltà e di cultura anche nel più lontano futuro.
Miller negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento è stato un autore prolifico di racconti di fantascienza, ma ha scritto solamente questi due romanzi. Di famiglia cattolica, dopo aver militato in aeronautica nella seconda guerra mondiale, partecipando anche al bombardamento aereo dell’abbazia di Cassino, ha avuto una vita travagliata e contraddittoria, segnata negli ultimi anni da crisi depressive che lo hanno fatto smettere di scrivere e lo hanno infine portato al suicidio (a poco più di settant’anni nel 1996).
Dei due romanzi di Miller, il primo, che è senz’altro il migliore, uscì per la prima volta negli USA nel 1959, con il titolo A Canticle for Leibowitz, e la sua prima traduzione italiana (Un cantico per Leibowitz) comparve nel 1964. Si tratta di un racconto «post-apocalittico», cioè di un genere che ebbe una grande diffusione negli anni della guerra fredda, nei quali si temeva fortemente lo scoppio di un conflitto nucleare. Miller immagina che verso la fine del XX secolo una terribile guerra nucleare ci sia effettivamente stata e che essa abbia distrutto non solo gran parte dell’umanità, ma la stessa civiltà moderna, sia per l’effetto delle bombe, sia perché i superstiti sono dovuti passare attraverso quella che egli chiama la «Grande Semplificazione», durante la quale orde umane imbarbarite dalla fame, dalla guerra e dalle ricadute radioattive, hanno volutamente distrutto i segni della civiltà e della cultura scientifica. L’unico baluardo di civiltà e di cultura sopravvissuto in questa catastrofe è la Chiesa Cattolica, o meglio quello che ne è rimasto, nel sud degli ex-Stati Uniti, attorno alla «Nuova Roma».
In particolare all’opera di preservazione della civiltà si è dedicato l’ordine monastico di Leibowitz, detto anche dei «Contrabbandieri di Libri» o dei «Frati Memorizzatori», fondato da Jsaac Edward Leibowitz, un ex-tecnico nucleare di origini ebraiche, allo scopo di preservare dalla distruzione i testi della cultura tecno-scientifica del suo tempo e di tramandarli ai posteri.
La prima parte del racconto, intitolata Fiat Homo, si svolge circa seicento anni dopo la catastrofe nucleare e ruota attorno alle vicende di Francis Gerard, novizio di un monastero che sorge ai margini del deserto del Nevada. Egli scopre casualmente, in un ex-rifugio antiatomico, alcune «reliquie» del fondatore dell’ordine, martirizzato durante il periodo della Grande Semplificazione. Questa scoperta contribuisce a far concludere il processo di canonizzazione di Leibowitz, rimasto fermo per lungo tempo. Attraverso la descrizione della dura vita di lavoro (i monaci preservano, ricopiano e imparano a memoria gli antichi testi, pur senza più capirne il contenuto) e di penitenza del monastero, e delle enormi difficoltà che Francis incontra per recarsi a Nuova Roma, l’autore fa comprendere a quale grado di regressione si è ridotta la civiltà umana, ma nel contempo fa capire che nell’opera dei monaci leibowitziani ci sono i germi di una possibile ripresa.
Di essa si vedono i segni nella seconda parte del romanzo, intitolata Fiat Lux, che si svolge dopo altri sei secoli. La civiltà ha iniziato a ricostituirsi, i monaci leibowitziani non sono più solo dei copisti, ma hanno cominciato a capire ciò che per secoli hanno solo preservato e a rimettere in funzione alcune delle tecniche del passato, come l’illuminazione elettrica; nel contempo anche alcuni studiosi laici, che hanno attinto al patrimonio conservato dai monaci, riscoprono le leggi della fisica e il metodo scientifico.
La terza parte del romanzo, Fiat Voluntas Tua, si svolge in un mondo, che dopo altri sei secoli, ha ormai ampiamente superato il nostro attuale livello tecnologico. I voli spaziali al di fuori del sistema solare sono divenuti possibili e l’umanità ha fondato colonie nei sistemi solari più vicini. Ma gli uomini sono sempre divisi in blocchi politici contrapposti. Quando scoppia una nuova terribile guerra nucleare masse di profughi contaminati dalle radiazioni fuggono dalle città verso il monastero di san Leibowitz, che esiste ancora e il cui abate viene efficacemente descritto da Miller come l’ultimo baluardo di umanità, in una situazione nella quale il governo non sa far altro che offrire ai contaminati la possibilità di una «morte dolce». Le bombe non risparmieranno neanche il monastero e l’abate stesso morirà, ma prima che il nuovo disastro globale sia compiuto, la Chiesa riuscirà a far partire dalla Terra una grande astronave interstellare, costruita in segreto, che porterà un nucleo dell’umanità verso una nuova fondazione della civiltà.
Per tutto il romanzo il grande rispetto che Miller dimostra di avere per il razionalismo scientifico, tanto da fargli immaginare la nascita dell’ordine di san Leibowitz, cozza con la sua fede religiosa e con la convinzione che il progresso tecnologico, non guidato da una bussola morale, porti l’homo sapiens (che egli a un certo punto argutamente ridefinisce come homo loquax nonnunquam sapiens), alla sua stessa rovina, quanto più si arrabatta a ricreare con le sue sole forze un paradiso in terra. A differenza di autori moderni (si pensi a Umberto Eco o Dan Brown) che distraggono i lettori con le loro elucubrazioni religiose e filosofiche usate come pretesti per ripetuti attacchi alla Chiesa, il romanzo di Miller è ben intrecciato e arricchito dalle riflessioni dell’autore, del quale si intuisce il profondo rispetto per la santità, pur piena di peccato e contraddizioni della Chiesa. Certo, si tratta di un romanzo, non di un’opera agiografica, ma la storia è avvincente e ben scritta, in uno stile allegorico che stimola il lettore a confrontarsi con le sue stesse convinzioni, siano esse di fede nella religione o nella scienza.

Walter M. Miller jr.

San Leibowitz e il Papa del giorno dopo

Profondo Rosso Edizioni, Roma 2010

Pagine 365 –  € 23,00

 Il secondo romanzo di Miller, dal titolo originale Saint Leibowitz and the Wild Horse Woman, (tradotto non letteralmente in italiano come San Leibowitz e il Papa del giorno dopo), non ci sembra altrettanto riuscito, ma può essere interessante per chi si fosse appassionato alle atmosfere e allo stile del primo e volesse capire come l’autore immagina l’uscita dell’umanità dal «periodo di mezzo» descritto nel Fiat Lux del Cantico. A grandissime linee accenniamo alla trama: il protagonista è ancora uno dei monaci dell’abbazia di san Leibowitz, coinvolto nelle intricate e ambigue vicende della elezione di due papi, nel tentativo di riportare la sede papale nella Nuova Roma dopo un lungo esilio, e nelle lotte di potere che coinvolgono diversi regni di una umanità che sta faticosamente riemergendo da secoli di barbarie e di parziale ritorno al paganesimo. Questo romanzo ha molto risentito delle travagliate vicende personali della parte finale della vita dell’autore che, in effetti, lo trascinò per lunghi anni e non riuscì a finirlo prima di morire. Così il racconto è stato concluso da un altro scrittore, Terry Bisson, il quale si è peraltro attenuto fedelmente al materiale lasciato da Miller (molti appunti e il progetto generale dell’opera, che era già scritta per circa tre quarti). Per chi volesse accostarsi più ampliamente all’opera di Miller, ritengo che saltare a piè pari la lettura di questo romanzo non rappresenti una grande perdita, che può essere eventualmente compensata dalla lettura di qualcuno dei suoi racconti brevi, purtroppo non tutti tradotti in italiano, da ricercare in biblioteca o sulle bancarelle dei libri usati.


Recensioni di Gianluca Lapini

(Ingegnere Aeronautico e Ricercatore CESI)

© Pubblicate sul n° 42 di Emmeciquadro




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