SCIENZAinATTO/ Amore e Conoscenza. La testimonianza di Laurent Lafforgue

- Marco Bramanti

L’autore riprende, con suoi commenti, l’intervento fatto dal matematico Lafforgue sul tema «amore e conoscenza» a partire dall’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI.

Bramanti_00_medaglia-fields_439x302_ok
La "Medaglia Fields": massima onorificenza per i Matematici

Un matematico, docente del Politecnico di Milano, colpito dall’intervento del matematico Laurent Lafforgue (Medaglia Fields 2002) sul tema «amore e conoscenza, alla luce della Caritas in Veritate» ne ricostruisce le linee essenziali dai propri appunti. In particolare l’autore esamina «l’esistenza di una spiccata similitudine tra l’esperienza umana dell’amore e quella della verità o della conoscenza». Ed è proprio l’amore per la conoscenza che è «il vero animatore della ricerca di tutte le verità particolari e della loro trasmissione».

Il matematico francese Laurent Lafforgue [L] è professore permanente dell’Institut des Hautes Études Scientifiques, prestigioso centro di ricerca francese. Cattolico, uomo di vasta cultura, da anni è impegnato in una battaglia culturale sull’educazione in Francia [L 2009b]. Nell’agosto 2007 interviene al Meeting per l’amicizia fra i popoli di Rimini con una conferenza su Matematica e condizione umana, [L 2007]. Il 26 ottobre 2009 tiene una conferenza al Teatro Nazionale di Milano, organizzata dal Centro Culturale di Milano, dal titolo Amore e conoscenza. Testimonianza di un matematico in merito alla Caritas in Veritate [B CV], con riferimento all’Enciclica pubblicata pochi mesi prima da Benedetto XVI. Ricordo ancora la forte impressione che aveva esercitato su di me l’ascolto di quella densa e intensa conferenza.
In occasione di questo numero di Emmeciquadro è sembrato opportuno tornare su quei temi, così pertinenti, e riproporre ai lettori almeno alcuni degli spunti contenuti in quell’intervento. Ho provato a farlo a partire dai miei vecchi appunti, naturalmente confrontati col testo originale della conferenza che è ora disponibile in [L 2009] e [CCM], cui ho aggiunto qua e là qualche mia considerazione. Riporto «tra virgolette» brani del testo di Lafforgue, che a sua volta riportano al loro interno “tra virgolette” e in corsivo brani di Benedetto XVI (o della Bibbia), che a volte contengono al loro interno ‘tra virgolette’ passi della Bibbia.

Il rapporto tra amore e conoscenza

La questione del rapporto tra amore e conoscenza, dal punto di vista di un cristiano, è posta subito da Lafforgue in modo problematico: «Io sono cristiano, e per me è naturale cercare il valore della conoscenza, del sapere, in relazione all’amore. Per noi è naturale pensare che il cristianesimo sia la religione dell’amore, meno comune pensare che sia la religione della conoscenza. Noi non accostiamo facilmente amore e conoscenza, diversamente dagli Ebrei. (Nella Bibbia ebraica, conoscere trascende il sapere astratto e esprime una relazione esistenziale)».
[A sinistra: Laurent Lafforgue (1966 – …) – Medaglia Filds 2002]
Dobbiamo riconoscere, infatti, che tra i credenti, normalmente, viene percepita quanto meno una tensione problematica tra i due poli di conoscenza e amore, una tensione peraltro già presente nelle parole stesse del Vangelo.
«Esiste un rapporto tra la conoscenza accademica e l’amore? Se è vero che “nella sera sarai esaminato sull’amore”, allora la conoscenza fa parte del disegno di Dio? Tanti passi del Vangelo dicono dell’insufficienza della conoscenza: “Hai nascosto queste cose ai saggi e ai dotti, e le hai rivelate ai piccoli”. S. Paolo parla duramente contro la saggezza dei sapienti: “La saggezza dei saggi la porterò fino alla perdizione”. Che cosa rimane dei sapienti? La saggezza del mondo, Dio non l’ha resa folle? La follia di Dio è più saggia dell’uomo. Dio ha scelto ciò che è folle nel mondo per confondere i sapienti. Fra i credenti cristiani ci sono pochi sapienti». Eppure, Lafforgue ci ricorda che i Padri della Chiesa hanno saputo armonizzare cristianesimo e razionalità greca, come sapientemente espresso da Benedetto XVI.
«Il risultato dell’incontro tra la fede cristiana e la razionalità, sviluppato nei secoli e vissuto a lungo in un contesto di violente persecuzioni da parte dei pagani, è stato magistralmente riassunto da Benedetto XVI nel suo discorso all’Università di Ratisbona [B Reg]: “La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, primo versetto di tutta la Bibbia, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: ‘In principio era il Logos’. […] Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il Logos, e il Logos è Dio, ci dice l’Evangelista. L’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso”.
Tutti sappiamo fino a che punto la relazione tra fede e ragione – di certo non estranea all’ipotetica relazione tra amore e conoscenza sulla quale ci stiamo interrogando – sia cara a Benedetto XVI, fedele guardiano della tradizione della Chiesa. Tuttavia egli stesso mette talvolta in guardia sulla ricerca del sapere.

Nel testo dell’allocuzione all’Università La Sapienza [B Sap], leggiamo infatti: “L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra scientia e tristitia: ‘il semplice sapere, dice, rende tristi’ E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste”».
Su questi temi, suggerisco di rileggere, oltre ai due discorsi di Benedetto XVI appena citati, anche il suo intervento del 2008 a Parigi al mondo della cultura [B Par].

 

 

Il valore della conoscenza

 

Quindi Lafforgue affronta il tema del valore della conoscenza, seguendo la traccia dell’Enciclica Caritas in Veritate.
«Possiamo innanzitutto notare come in numerosi passaggi l’Enciclica attiri l’attenzione su un fatto molto concreto: l’esistenza di una spiccata similitudine tra l’esperienza umana dell’amore e quella della verità o della conoscenza.
Così leggiamo al paragrafo 52: “La verità e l’amore che essa dischiude non si possono produrre, si possono solo accogliere”. E al paragrafo 34: “La verità, che al pari della carità è dono, è più grande di noi, come insegna sant’Agostino. Anche la verità di noi stessi, della nostra coscienza personale, ci è prima di tutto data. In ogni processo conoscitivo, in effetti, la verità non è prodotta da noi, ma sempre trovata o, meglio, ricevuta. Essa, come l’amore, non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo si impone all’essere umano”.
Noi sappiamo bene, in effetti, che non dipende da noi essere amati da chicchessia e che, in senso inverso, non possiamo accendere alcun amore nel nostro cuore con un semplice atto di volontà. Allo stesso modo, ci fa notare Benedetto XVI, anche la verità non dipende da noi. Questa è l’oggettività della verità. Questa caratteristica della verità è così importante che potrebbe quasi fungere da definizione: la verità è ciò che la nostra volontà non può far piegare».
Mi sembra importante trattenere entrambe le sottolineature che vengono qui fatte: da una parte “la verità non è prodotta da noi” in quanto è oggettiva, non si piega alla nostra volontà; d’altro canto, per la persona in generale e in particolare per il ricercatore scientifico, conoscere, raggiungere una nuova verità è sempre in qualche senso un dono, qualcosa che non è frutto meccanico dei nostri sforzi.
«Visto che la verità è data proprio come l’amore, ricevere un tale dono può suscitare in noi un sentimento di meraviglia. È quindi possibile un senso di meraviglia per la conoscenza ricevuta che sia paragonabile alla meraviglia davanti all’amore ricevuto.
Benedetto XVI lo descrive in modo affascinante nel paragrafo 77 dell’Enciclica: “Ogni nostra conoscenza, anche la più semplice, è sempre un piccolo prodigio, perché non si spiega mai completamente con gli strumenti materiali che adoperiamo. In ogni verità c’è più di quanto noi stessi ci saremmo aspettati, nell’amore che riceviamo c’è sempre qualcosa che ci sorprende. Non dovremmo mai cessare di stupirci davanti a questi prodigi. In ogni conoscenza e in ogni atto d’amore l’anima dell’uomo sperimenta un di più che assomiglia molto a un dono ricevuto, ad un’altezza a cui ci sentiamo elevati”.
Possiamo notare che si tratta ancora una volta di una similitudine. Infatti il senso di meraviglia che nasce se soltanto prestiamo sufficiente attenzione a ciò che ci è dato è un nuovo dono, che accresce il dono della conoscenza o quello dell’amore. E la meraviglia è in se stessa un ingresso nell’amore […]».
Aggiungo per parte mia che un corollario naturale di questa meraviglia per la conoscenza ricevuta è il desiderio di comunicare, trasmettere ad altri questa stessa conoscenza: desiderio che è la molla di ogni forma di insegnamento (un po’ come i genitori comunicano ai figli la vita avendo gratitudine e meraviglia per la vita ricevuta). Risulta ormai chiaro quanto il tema della conoscenza non sia affatto slegato da quello dell’amore.
«Così come nulla esisterebbe e vivrebbe nella Chiesa se l’amore fosse assente […], allo stesso modo la vita universitaria, accademica ed erudita e le differenti strutture che la ospitano non esisterebbero o si ridurrebbero in polvere se le persone nelle quali si incarna questa vita dello spirito non coltivassero in fondo a se stesse un desiderio di verità che arriva da più lontano di ogni verità. Ne sono intimamente convinto, anche se la maggior parte degli accademici, degli eruditi e dei ricercatori del nostro tempo generalmente non usa mai la parola verità che invece li tiene stretti a sé. Anche se questa parola li imbarazza ed essi la evitano, nessuno di loro si consacrerebbe alla ricerca di verità particolari se, nel fondo dell’animo, qualcosa in loro non desiderasse la verità. In questo senso, di certo parziale e limitato, i sapienti di oggi hanno un elemento in comune con quel figlio a cui il padre ha chiesto di andare a lavorare nella sua vigna e che ha risposto che non ci sarebbe andato ma che poi ci è andato comunque».

Tornando sul tema dello stupore per la conoscenza ricevuta, e riferendosi ora più specificamente all’ambiente accademico matematico, Lafforgue aggiunge:
«Un effetto importante della condivisione della verità o dell’amore, è la comunione che essa crea. Il Papa fa il paragone con l’amore degli sposi: la verità unisce gli spiriti fra loro e li fa pensare all’unisono. Non so quanti universitari possano pensare alla comunità universitaria in questi termini. Eppure c’è qualcosa di reale. Noi matematici possiamo avere convinzioni diverse, eppure siamo sempre d’accordo sulla matematica. È abituale, non ci si stupisce più, ma è straordinario. Noi matematici siamo d’accordo sul vero e sul falso in matematica, e a partire da questo possiamo accordarci su qualcosa di più fine, come ad esempio il bello in matematica. Nella misura in cui amiamo questa verità, allora i conflitti personali ci sono risparmiati, rispetto ad altri ambienti. Detto questo, non sarebbe esatto affermare che la comunione tra matematici, così come io la posso conoscere e sperimentare, sia davvero paragonabile alla comunione sacramentale tra sposi! Stando a Benedetto XVI, questo deve significare che la conoscenza accademica specializzata non rappresenta tutta la conoscenza. Nella sua forma erudita, non è orientata verso la verità nella sua interezza ma unicamente verso una verità particolare. Questo significa dunque che le verità particolari non hanno affatto bisogno di essere abbandonate quanto piuttosto di ritrovare il loro nesso con la verità nella sua interezza».

 

 

Il rapporto fra verità particolari e verità intera

 

Con ciò Lafforgue ha introdotto il tema delicato del rapporto tra verità particolari e verità intera, su cui ora farà un’affermazione che costituisce a mio avviso un passo cruciale del suo intervento. La sua argomentazione parte dal ricordare «con precisione e senza confusione la doppia affermazione delle Sacre Scritture: “Dio è amore” e “Cristo è verità”. Né Giovanni Evangelista né alcun altro autore delle Sacre Scritture chiama Dio la verità.
In compenso, le Scritture dicono a più riprese che Dio è vero e che la sua Parola è verità. E – insisto su questo punto ancora una volta – Giovanni riporta la dichiarazione sorprendente del Cristo su se stesso: “Io sono la verità”. Poiché il Logos, Parola eterna di Dio, si è fatto carne nella persona del Cristo, Cristo è la verità. Di Dio egli scrive che è amore. Se dunque “solo nella verità la carità risplende”, è innanzitutto perché Dio risplende solo in Cristo. […] Nel prologo del Vangelo di Giovanni si dice anche, a proposito del Logos divino incarnato nella persona del Cristo, che “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta” (Gv 1,3).
Ciò implica che le verità particolari – e dunque le conoscenze vere che ne sono le impronte nello spirito degli uomini – sono scintille dell’unica verità che è la persona di Cristo, Parola eterna di Dio. La conoscenza buona è la conoscenza ispirata dal desiderio e l’attesa della verità nella sua interezza, ossia alla fine – che se ne sia coscienti o meno – dalla figura del Cristo. Ogni vera conoscenza è buona, purché sia ispirata da questo desiderio e da questa attesa.
I sapienti e i saggi sono criticati non a causa delle loro conoscenze e dei loro saperi, tanto lodevoli quanto necessariamente parziali in se stessi, ma quando mancano di desiderio e di attesa della verità tutta intera. […] Ma non c’è solo scritto: “Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio” (Gv 1,1-2). C’è anche scritto: “E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi” (Gv 1,14). La Parola eterna di Dio, che è la verità, si è incarnata in un individuo particolare, Gesù di Nazareth, che è nato e vissuto in un luogo particolare, in seno ad un popolo particolare, in un momento particolare, e la sua vita fu un tessuto di eventi particolari di cui alcuni sono raccolti nei quattro Vangeli e ne compongono la sostanza.
Per imparare a conoscere il Logos, è necessario passare attraverso la conoscenza e l’amore dell’uomo Gesù di Nazareth.

Non mi pare dunque assurdo dire che il mistero dell’incarnazione è il fondamento teologico ultimo della validità delle conoscenze particolari e della loro necessità: si va verso la conoscenza solo attraverso la ricerca e l’apprendimento di conoscenze particolari e precise su argomenti specifici. In questa ricerca il rispetto e il desiderio della verità incoraggiano l’elaborazione di differenti metodi razionali, scintille del Logos, in cui ciascuno definisce una disciplina del sapere che merita di avere il suo ruolo: nessuna disciplina rappresenta la verità nella sua interezza ma ciascuna ne è un riflesso. […] Noi sentiamo dolorosamente oggi la frammentazione del sapere. E qui la tentazione è sacrificare le discipline all’interdisciplinarità. Ma il Papa ci dice di non rinunciare alle discipline. Io faccio questa ipotesi: che l’incarnazione è il fondamento della specificità».
Mi sembra che questa affermazione sia profonda, originale e al tempo stesso liberante per chiunque si dedichi con passione allo studio di una certa disciplina; il cristiano crede che la strada tracciata affinché ogni persona possa raggiungere il suo destino, il suo compimento, è quella dell’incarnazione: una persona concreta, circostanze concrete, specifiche –l’analogia del rapporto tra gli sposi è ancora calzante. La sola perplessità che ho su questo discorso di Lafforgue è l’uso dell’espressione la verità intera», dove l’aggettivo intera può suggerire che questa sia una sorta di risultato della somma delle verità particolari (secondo un’immagine piuttosto comune, ma a mio parere inadeguata). Proprio lo spirito di tutto il discorso precedente invece mi sembra porti ad affermare che la persona, attraverso l’esperienza di dedizione alla ricerca di conoscenze particolari (spesso in un’unica disciplina particolare) fa semplicemente esperienza di dedizione alla verità in quanto tale, non certo perché raccolga e assembli infinite verità particolari come tessere di un gigantesco puzzle.
A questo punto Lafforgue entra nel dettaglio delle discipline, toccando sia pur sinteticamente le scienze della natura, la matematica, la tecnica, le scienze dell’uomo. Per ragioni di spazio ometterò qui questa parte del suo intervento, rimandando per esso al testo integrale [L 2009].

 

 

Un’osservazione conclusiva

 

Veniamo invece alla significativa conclusione dell’intervento di Lafforgue.
« […] Papa Benedetto XVI, sulle orme di Papa Paolo VI e di tutta la tradizione della Chiesa, invita a non allontanarsi dal sapere o a diffidare del pensiero, ma al contrario incoraggia più pensiero e più sapere (paragrafo 53): “Paolo VI notava che ‘il mondo soffre per mancanza di pensiero’. L’affermazione contiene una constatazione, ma soprattutto un auspicio: serve un nuovo slancio del pensiero […]”.
Noi siamo abituati a sentire molte critiche all’ideologia, ma bisogna anche dire che esiste un rischio: molti che denunciano l’ideologia, denunciano il pensiero.
Molti, animati da spirito pratico, credono che se si pensasse di meno le cose andrebbero meglio. Ma la Chiesa ci mette in guardia su questo: certo, il pensiero può essere errato, ma noi abbiamo bisogno di ampliare la ragione, non di meno ragione.
La Chiesa non ci dice che siamo troppo razionalisti; ci dice che con la parola ragione indichiamo qualcosa di troppo limitato. L’amore alla conoscenza è il vero animatore della ricerca di tutte le verità particolari e della loro trasmissione. Esso ci ricorda che le verità particolari non esauriscono la verità intera, ma ci spingono ad andare oltre, senza rinnegare mai la ragione. C’è l’amore ricco di intelligenza e l’intelligenza piena di amore».

 

Vai all’articolo in formato PDF

 

 

Marco Bramanti
(Professore Associato di Analisi Matematica al Politecnico di Milano)

 

 

Indicazioni bibliografiche e sitografiche

 

 

 

 

© Pubblicato sul n° 51 di Emmeciquadro

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori