ESAME DI STATO/ Maturità light? Ministro Bianchi, gli studenti meritano di più

- Paolo Maltagliati

L'emergenza sanitaria ha indotto a ridurre l'esame di Stato alla sola prova orale. Bianchi però vorrebbe trasformare l'eccezione nella norma. Un errore

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Dopotutto, il periodo di stesura del famoso (o famigerato) elaborato da presentare alla commissione dell’esame di Stato è approssimativamente coinciso con la durata della corsa ciclistica a tappe più amata dagli italiani. Sulla quale, si sa, noi abitanti del Bel Paese – come per tutte le cose che ci piacciono tanto, compresa la pizza – siamo terribilmente tradizionalisti.

Il giro deve finire con la passerella dei ciclisti e la maglia rosa all’ombra delle guglie del duomo di Milano. Fine. Provare a farlo finire in altre città? Ogni tanto ci provano, ma per i più è un sommo sacrilegio. Ecco, noi insegnanti siamo un po’ così. Vorremmo che l’esame di maturità rimanesse sempre uguale a se stesso, che non cambiasse mai. E invece, no.

Nel recente passato, praticamente ogni ministro dell’istruzione pubblica ha voluto dire la sua, rielaborando griglie di crediti, togliendo o aggiungendo tracce al tema, togliendo la tesina, perché tanto la copiavano… A fronte di questo ferale desiderio di marcare il territorio senza una ragione immediatamente comprensibile, il professore medio sospira, scrolla le spalle, scuote la testa. Ma alla fine tacere bisognava, e andare avanti, come recita la canzone del Piave. Chissà che magari non abbiano in fondo ragione loro, i luminari che dimorano in viale Trastevere 76, Roma.

Questi ultimi due anni, “tacere e andare avanti” non è stato però così semplice. Via gli scritti, solo il mega-orale con l’elaborato.

Capirete che ci hanno stravolto tutto e noi, poveri tapini, siamo rimasti un po’ disorientati da questa rivoluzione. Ad aggiungere onta al danno, esprimere perplessità pareva persino di pessimo gusto, con tutti i guai che c’erano. “Ma che fai, ti metti a criticare? Siamo in emergenza sanitaria, mica si può fare diversamente!”.

Con la scusa che sarebbe stata una soluzione temporanea, ecco che siamo andati avanti senza troppe polemiche sterili; resilienti, come ci vuole il ministero.

Poi, un giorno qualsiasi di fine maggio, accendi la televisione e ti rendi conto in diretta che il ministro Bianchi ha più di una mezza idea di rendere norma quella che tu hai sempre dato per scontato fosse un’eccezione. Come? Perché?

A quel punto, realizzi che l’eroico fante del Piave, muto e stoico, non è mai esistito se non nella mente del generale Cadorna e che, in realtà, era un povero Cristo che certo non aveva voglia di farsi ammazzare per tre chilometri di fango in più da donare all’amata patria.

Conscio di non voler fare quella fine, taccio un po’ meno.

Diciamo innanzitutto che togliere gli scritti non è un necessario segno dei tempi che corrono. Ci sono dei saperi che possono essere verificati pressoché in misura esclusiva in quella forma. Penso alla prova di matematica e fisica ai licei scientifici, per esempio, o la produzione in lingua per i linguistici… E perché no, anche al tema di italiano. Non è sadismo, volerle mantenere. È dare il giusto peso e il giusto spazio a un momento di (faticosa, chi lo nega?) riflessione su qualcosa di complesso. Tu e il foglio bianco, senza intermediari in mezzo. Vogliamo l’immediato, il ragazzo smart, che ha la risposta in dieci secondi, senza pensare che, per quanto sia importante, avere la lingua sciolta non è tutto nella vita.

Noi, così, gli stiamo insegnando proprio quello, che avere una parlantina con annessa faccia di bronzo conti di più del prendersi il proprio tempo per riflettere su un problema… Sì, in condizioni non ottimali di pressione su di sé. Quello esigerà e forse già esige la vita dai nostri pargoli.

Se quella della maturità non è una prova, un ostacolo, superato il quale dimostri di essere adulto, appunto, maturo, allora togliamola, che così ci risparmiamo tre settimane di inutili sceneggiate e adempimenti. 

“Ma a sopperire al valore degli scritti c’è l’elaborato, no?”. Risposta breve: no. Risposta lunga: immaginare qualcosa e metterlo giù in maniera coerente da solo, completamente da solo, nudo di fronte al mondo con il tuo cervello e una penna, è radicalmente diverso da un prodotto composto a casa, con tutti gli ausili possibili. Si dirà che anche le tesi di laurea sono questo. Ed è qui che sta il secondo problema dell’elaborato. Che non è e non potrà mai essere come una tesi, come forse vorrebbe il nostro ministro. 

Il tema di una tesi lo scelgo io, non me lo assegna nessuno. È qualcosa che mi punge nel vivo e che voglio approfondire, non qualcosa che mi danno sulla base di supposte conoscenze che i prof. hanno delle mie peculiarità (e che? Non sono maturo abbastanza per decidere da me cosa potrebbe interessarmi?). Il relatore della tesi è un consigliere, un correttore di bozze, un maestro che mi guida capitolo dopo capitolo e soprattutto che ha (o almeno dovrebbe) avere le competenze per farlo. Non è un burocrate a cui viene assegnato (dal consiglio di classe tra l’altro, non certo scelto dallo studente) il mero compito di prendere atto dei progressi in una materia che spesso non è manco la sua.

Non nego nemmeno per un millisecondo lo sforzo fatto dai miei studenti per creare, anche in queste circostanze castranti, qualcosa di originale, ma l’elaborato è un compito a casa. Su cui per giunta nemmeno posso dire niente perché se no, cara Ermenegilda, ti aiuto troppo (perché è così signori: se tutti noi aiutassimo all’elaborazione di collegamenti con le nostre discipline, ognuno sarebbe un drago nelle materie del proprio tutor e meno brillante nelle altre. Così, per non creare malizie e rivalità inutili, eccoci a fare gli impiegati che raccolgono il prodotto finito senza nemmeno fiatare).

Allora facciamola fare davvero, una tesi, alla nostra pulzella o al nostro pargoletto. Con chi vuole lui, su quello che vuole lui. Come quelle dei “grandi”. Non qualcosa di imposto e calato dall’alto.

“Eh, ma se no copiano”. Frase che ho sentito milioni di volte ai tempi della tesina (parola stessa che è diventata una specie di tabù, non la si può nemmeno nominare se non sottovoce e con un tono di disprezzo, a quanto pare).

Ok, allora torniamo al solito problema: come possiamo dire di voler esaltare il loro spirito critico se poi abbiamo paura che non siano abbastanza maturi per farlo?

Non faccio l’ipocrita saccente e certo non mi illudo, non c’è una risposta facile o univoca a questo. Ma non facciamo ai nostri ragazzi un torto ostinandoci a tenerli per mano, quando potremmo davvero educarli a volare alto, più alto di noi e di questa grigia società che li vuole come dei semplici ingranaggi di una macchina che deve funzionare sempre e comunque.

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