IRAQ/ Gheddo: ecco perché la sfida all’odio anticristiano riguarda anche l’occidente

PIERO GHEDDO commenta l’ultimo episodio di violenza di cui sono stati vittime domenica scorsa i cristiani in Iraq, per mano dei terroristi di Al Qaeda

02.11.2010 - int. Piero Gheddo
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Il patriarca caldeo Emmanuel III Delly in visita sul luogo della strage (Ansa)

«Violenza feroce» l’ha definita ieri Benedetto XVI. Al termine dell’Angelus, il Papa ha pregato per le vittime della strage di domenica a Baghdad ad opera di estremisti di Al Qaeda, nella quale hanno perso la vita 58 morti e 67 feriti tra militari iracheni, fedeli cristiani e kamikaze morti nel blitz delle forze speciali. Sono in tutto 46, per la precisione, i cristiani rimasti uccisi nell’assalto dai terroristi alla chiesa di Saydat al-Najat, Nostra Signora del Perpetuo soccorso. L’ennesimo episodio che insanguina il Medio oriente, e l’ennesimo in cui a pagare con la vita sono i cristiani.

I qaedisti hanno giustificato il massacro con la volontà di liberare due donne, mogli di sacerdoti cristiani copti, che sarebbero recluse in Egitto per essersi convertite all’islam. Questo ha alzato ancor più il livello della tensione e messo in allerta le autorità egiziane, che si preparano a fronteggiare eventuali nuovi attacchi.

Padre Piero Gheddo, una strage che riporta ai tempi più sanguinosi dell’instabilità irachena. E ancora contro i cristiani…

«I cristiani continuano ad essere attaccati in tutto il Medio oriente. Non stupisce che l’estremismo musulmano si accanisca proprio contro la comunità cristiana, proprio perché la differenza dei cristiani è radicale».

A quale diversità si riferisce?

«Alla radice che distingue il cristianesimo da qualsiasi altra religione: i cristiani testimoniano davanti al mondo la Buona Notizia di Cristo risorto, e la sua Chiesa come comunità di salvezza. A livello sociale questo comporta che i cristiani sono i primi costruttori di pace. Rispettano gli altri e per questo riescono a convivere con tutti. A livello di convivenza invece l’islam non fa distinzione tra politica e religione. Di conseguenza chi non è musulmano è un cittadino inferiore: i cristiani finiscono inevitabilmente per diventare cittadini di seconda classe. Proprio loro, che abitavano quei paesi ben prima che nascesse l’islam. Ma la diminuzione dei cristiani in Medio oriente comincia tra la fine dell’’800 e l’inizio del ’900».

La diminuzione dei cristiani in un paese come l’Iraq però è stata sensibilissima negli ultimi 10 anni. Proprio a causa di violenze come queste.

«Il problema è che i cristiani, in tutto il Medio oriente – parlo dell’oriente perché in Africa è diverso – finiscono per apparire come un presenza estranea perché collegata all’occidente, lo stesso occidente che fa la guerra in Afghanistan, che vuol muovere guerra all’Iran, che sostiene Israele contro i fratelli arabi».

Qual è il prezzo che paga il Medio oriente se i cristiani se ne vanno?

«Il venir meno di una presenza diversa da quella puramente islamica: un confronto, un dialogo e con esso l’ultima possibilità di aprirsi all’occidente. Teniamo presente che i cristiani che se ne vano dall’Iraq difficilmente vanno in un altro paese del Medio oriente, in Afghanistan, o in Malesia. No, scappano in occidente, in Europa, Nordamerica, Sudamerica o Australia. Mancando una presenza cristiana così diversa, ma anche rappresentante il mondo moderno, l’islam perde un termine di paragone e rischia di scivolare nell’estremismo. Ecco perché la scomparsa dei fedeli da un paese di grande tradizione cristiana come l’Iraq, con un assetto istituzionale non consolidato, potrebbe avere effetti disastrosi».

 

Lei cosa può dire del rapporto tra cristiani e musulmani in base alla sua personale esperienza del Medio oriente?

 

«Ho sempre avuto conferme dell’apertura verso i cristiani da parte della gente comune, sotto forma di stima e disponibilità al dialogo. Il problema è quando ci si sposta dal popolo alle élites politiche e religiose: allora lì si scopre un’avversità fortissima. Sono convinte che l’occidente è all’origine della diminuzione di potenza dell’islam. E questo inevitabilmente radicalizza lo scontro».

 

Quali indicazioni emergono dal lavoro che ha fatto il sinodo appena concluso?

 

«Ho letto e condiviso quanto affermato dal card. Antonios Naguib (Patriarca di Alessandria dei copti e relatore al sinodo, ndr) anche in un’intervista al sussidiario, quando parla di metodo della presenza. Le chiese cristiane devono cercare la comunione per testimoniare una novità di vita. La presenza non può ridursi a mera definizione di spazi di azione politica, perché rischierebbe anch’essa di venire interpretata solo politicamente: come hanno dimostrato le polemiche e le accuse di parte israeliana a conclusione del sinodo».

 

Che cosa possono testimoniare, in concreto, i cristiani?

 

«Le porto un esempio. Nel 1982, in Pakistan, ebbi modo di visitare la maggioranza delle diocesi di quel Paese. Capitai in un villaggio di 8 o 9mila abitanti, in pieno territorio musulmano. Una sorta di “isola” cristiana, che però era frequentata da tutti, e i musulmani in primis intrattenevano con quegli abitanti rapporti pacifici. Questo villaggio, mi diceva il parroco, per i musulmani è una continua domanda: vengono qui, ne discutono, vedono come sono trattate le donne… insomma, li lasciava perplessi. Nel frattempo però intrattenevano relazioni, e senza ostilità. Lo stesso mi è capitato in Libia».

 

 

Nella Libia del colonnello Gheddafi?

«Sì. È stato mons. Giovanni Martinelli a dirmi che nel 1986 Gheddafi scrisse una lettera a Giovanni Paolo II chiedendo suore cattoliche per i suoi ospedali. Durante un raid americano molti suoi parenti rimasero feriti gravemente, tra cui suo padre. Gheddafi pensò allora di chiamare due suore francescane che erano a Tripoli, e rimase colpito dalla loro carità. Il Papa mandò 80-90 suore di tutte le nazionalità, le quali a loro volta chiamarono 10mila infermiere cattoliche in Libia! Come mi confidò mons. Martinelli, quella presenza aveva cambiato la mentalità dei libici verso i cristiani. E perché? Perché davano un esempio concreto di come trattare i malati».

 

Almeno però devono essere garantite le condizioni per una vita sicura…

 

«È questo il punto. In Iraq i cristiani non sono tutelati, in Libia invece Gheddafi li protegge, perché impedisce all’islam estremista di esprimersi. Il consiglio predisposto da Gheddafi esige di vedere le prediche che sono tenute il venerdì in moschea. È il governo a decidere e questo evita infiltrazioni di tipo estremista. Come dicevo prima, l’islam moderato è quello della gente comune, ma la massa popolare diviene facilmente preda dell’estremismo islamico predicato nelle moschee. I testi usati nelle scuole elementari in Indonesia dicono che gli Stati Uniti sono nemici dell’islam. Così si costruisce un immaginario collettivo».

 

Noi che cosa possiamo fare?

 

«Sa come vedono l’occidente i musulmani, o un’ampia parte di essi? L’occidente cristiano – dicono – è ricco, evoluto, democratico, potente, ma povero di figli e vuoto di ideali. Si è allontanato da Dio, e noi musulmani abbiamo la missione di ricondurlo a Lui… Dobbiamo tornare a Cristo, avere un’identità, una coscienza, una vita cristiana vera. E pregare per i nostri fratelli, che affrontano la prova del martirio».

 

 

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