EGITTO/ Lettera di Mikawi: la nostra unità sfida gli Usa e la doppiezza di Mubarak

- Hossam Mikawy

Cristiani e musulmani hanno difeso fianco a fianco le chiese e le moschee dai saccheggiatori. Per HOSAM MIKAWI, giudice egiziano, è la prima vittoria della rivoluzione

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Foto Ansa

Cristiani e musulmani martedì notte sono scesi insieme nelle strade egiziane per difendere fianco a fianco le chiese e le moschee dai saccheggiatori. Nonostante una giornata difficile come quella di ieri, è la dimostrazione del fatto che la rivoluzione nel nostro Paese ha già vinto, qualsiasi sarà il suo esito politico che in questo momento è difficile prevedere.

Islamici e copti da venerdì lavorano uno accanto all’altro per garantire la sicurezza in una capitale abbandonata dalla polizia. E’ questa la vera realtà dell’Egitto di oggi, non le l’invenzioni sui Fratelli musulmani che starebbero per prendere il potere. Se questo è il risultato di queste proteste, in soli sette giorni siamo già riusciti a ottenere un enorme cambiamento per il Paese. Secondo alcuni commentatori occidentali, gli Stati Uniti dovrebbero svolgere un ruolo di mediazione tra i partiti politici egiziani per garantire una transizione pacifica.

In realtà, gli Stati Uniti hanno sempre lo sguardo rivolto verso il futuro, ed è per questo che nella fase attuale si stanno muovendo con grande circospezione nei confronti dell’Egitto. Sanno che nel nostro Paese c’è una tigre, ma non sanno chi sarà a cavalcarla di qui a pochi giorni. Per questo, potremmo arrivare a proporre di prendere tutti gli egiziani uno a uno, mandarli negli Stati Uniti per fornire loro un’educazione modello e poi rispedirli indietro nel nostro Paese.

Ma non sarebbe un’educazione altrettanto efficace di quella che si riceve in questi giorni nelle strade del Cairo, e di altre città egiziane, dove cristiani e musulmani lavorano insieme per proteggere le loro proprietà. Noi non abbiamo paura dei Fratelli musulmani, perché sappiamo che anche se amano dipingersi come degli eroi, la loro influenza sulla società è in larga parte un’invenzione di Mubarak.

Il governo egiziano si serve dei Fratelli musulmani dicendo che presto prenderanno il potere e trasformeranno il nostro Paese in uno Stato islamico. In questo modo Mubarak è riuscito in passato a farsi sostenere dall’Unione europea, dagli Stati Uniti e anche dall’Italia. E continua a cercare di spaventarci per convincerci ad appoggiare il regime.

 

Martedì notte, subito dopo il discorso di Mubarak, noi manifestanti abbiamo subito deciso di aprire un confronto con il governo. Su sei richieste di chi protestava, il presidente infatti ne ha accolte quattro: ha cambiato il governo, ha promesso che modificherà la Costituzione, ha garantito che sceglierà alcune persone in grado di guidare il Paese dopo di lui e ha aperto un dialogo con l’opposizione. Le altre due richieste erano le sue dimissioni e l’abolizione delle leggi d’emergenza.

 

Analizzando però il suo discorso, emerge che ha fatto leva soprattutto sull’aspetto emotivo. Molti ragazzi egiziani si sono commossi nel vedere un 80enne che, scandendo le parole in tono drammatico, diceva: «Ho imparato molto da questi giovani, e garantirò a queste persone onorevoli i loro diritti. Tutto ciò che mi auguro è di poter morire nel mio Paese come un vero egiziano».

 

Le sue parole hanno molto colpito l’opinione pubblica egiziana, riuscendo nell’intento di dividerla. Ma se le leggiamo con la ragione, e non soltanto con il sentimento, ci dobbiamo chiedere perché sia rimasto al potere per 30 anni grazie a elezioni irregolari e non abbia nominato un vicepresidente, almeno fino alla settimana scorsa come prescriveva la Costituzione.

 

E anche il linguaggio usato da Mubarak dimostra che il presidente non è cambiato affatto, nonostante le proteste. Fatto sta che, insieme alle altre persone che lo contestavano, abbiamo ritenuto che le sue concessioni fossero sufficienti per avviare un dialogo con il governo. I nostri rappresentanti, a sorpresa, all’alba di ieri sono stati però aggrediti da persone armate di pietre e coltelli che erano arrivate in piazza Tahrir su cavalli e cammelli.

 

E ben presto la piazza si è trasformata in un campo di battaglia, con i due partiti, a favore e contro Mubarak, che si fronteggiavano. Tra quanti lo sostengono, a fianco di molte persone che lo fanno per convinzione, ce ne sono diverse altre che hanno avuto dei benefici dalla corruzione del regime. Non vogliono che Mubarak se ne vada perché in questo modo non ci sarebbe più nessuno a coprirli. E come giudice, so che molti di loro dovrebbero comparire davanti al tribunale.

 

A chi mi chiede che cosa accadrà in Egitto nei prossimi giorni, rispondo che nel nostro Paese in una settimana è cambiata ogni cosa. Anche se numerosi partiti politici, e lo stesso Mohammed ElBaradei, hanno dichiarato che venerdì prossimo sarà il giorno decisivo per il nostro futuro. Per questo stiamo tutti attendendo venerdì per sapere che cosa accadrà, anche se non sono in grado di immaginarmi in nessun modo gli sviluppi di oggi pomeriggio e di domani.

 

E, devo ammetterlo, le centinaia di migliaia di persone scese in piazza contro Mubarak si trovano di fronte anche a un enorme numero di egiziani che lo sostengono. Ma tutti sono accomunati dall’odio contro il fanatismo religioso, dal desiderio di un Paese civile dove ci sia spazio per tutti.

 

(testimonianza raccolta da Pietro Vernizzi)



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