ITALIANI RAPITI IN SIRIA/ L’inviata di Mediaset: vi spiego come mi infiltrai tra i ribelli

- int. Anna Migotto

ANNA MIGOTTO parla dei quattro giornalisti fermati dai ribelli siriani e ci racconta come ha fatto ad infiltrarsi in una zona di guerra per portare a termine un reportage

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Sembra che il giornalista Rai Amedeo Ricucci, il fotografo Elio Colavolpe, il documentarista Andrea Vignali e la reporter freelance Susan Dabbous potrebbero essere liberati a breve. Anna Migotto, inviata Mediaset e giornalista di Terra, conferma l’ipotesi: «Non credo che si tratti di un rapimento vero e proprio, magari a scopo di estorsione. Né che i quattro siano in pericolo di vita. Sono stati fermati, infatti, dagli stessi ribelli tra i quali si trovavano per realizzare un reportage. E’ probabile che abbiano filmato qualcosa che non dovevano filmare. E che, ora, chi li ha in consegna attenda di verificare che non si tratti di spie». La Migotto conosce da vicino la situazione del Paese. Alcuni mesi fa era riuscita ad entrare nella zona controllata dai ribelli passando il confine insieme ai contrabbandieri, ed era rimasta sul campo di guerra per circa una settima. Le abbiamo chiesto di spiegarci quali rischi si corrono in questi casi.

Qual era stato l’oggetto della sua “missione”?

Ero andata in Siria per verificare  l’autenticità di una storia. Alcuni mesi fa, sul web, si diffusero le foto di una bambina decapitata. Secondo i ribelli, da una scheggia di bomba; per il regime si trattava di una bambola usata come propaganda dalle forzi ostili al regime. Volevo dare un nome, un cognome, e un volto a quel corpicino. E alla sua famiglia. E così ho fatto.

Come era riuscita a infiltrarsi?

Sono passata per gli stessi canali attraverso cui passano le merci di contrabbando. Ho agganciato un attivista locale che vive al di là del confine, e che aveva strettissimi contatti con la Turchia e i contrabbandieri turchi. Ci avrebbe potuto fermare una pattuglia turca, ma era l’unico modo.

Si è mai trovata in situazioni di pericolo?

Ho avuto a che fare con dei combattenti di alcune brigate che detestavano in maniera particolarmente violenta l’Occidente che aveva voltato le spalle al Paese. C’è stato un comandante che non mi ha voluto rivolgere la parola. Fortunatamente, più che un atteggiamento ostile, non ho subito.

Lei aveva particolari protezioni?

Nessuna. In questi casi, oltre ovviamente a girare senza armi, dobbiamo apparire il più anonimi possibile.

Neanche una scorta?

Assolutamente no.

 

Ci sarà stato qualcuno che la proteggeva.

La persona che mi ha introdotto tra i combattenti faceva da garante per me. Ma non si può parlare di vera e propria protezione.

 

Si deve essere fidata parecchio.

Certo. In questo caso, sapevo di potermi fidare. In molti altri, io, come del resto i miei colleghi che si affidano a dei “garanti”,  sapevo bene che mi stavo assumendo un rischio. Sta di fatto che, spesso, mi è capitato di avere a che fare con persone straordinarie che mi hanno aiutato per puro spirito ideale. Alcuni, dopo che me sono andata, sono anche morti.

 

Chi non lo fa per ideale, cosa chiede in cambio?

Per molti è un lavoro, e chiedono soldi in cambio. Alcuni, quando non ce la fanno più, chiedono una mano a lasciare il loro Paese.

 

Come si arriva a contattare queste persone?

Spesso, attraverso colleghi che già sono stati sul campo. Oppure, grazie alla rete o a persone provenienti dai Paesi per i quali si deve partire e che vivono in Italia.

 

(Paolo Nessi)

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