TERRORISMO/ Olimpio: vi spiego perché gli Usa sono “costretti” a chiudere le ambasciate

- int. Guido Olimpio

Secondo GUIDO OLIMPIO, dopo l’attacco a Bengasi in cui perse la vita la vita l’ambasciatore Chris Stevens non possono permettersi di sottovalutare più alcun allarme

attentato-blindati-terroristi-strage
foto:Infophoto

Il fantasma del terrorismo, dall’11 settembre, ancora non è stato esorcizzato e l’Occidente ancora è obbligato a conviverci. Questo, poi, ciclicamente avviene con dei picchi di tensione: gli Usa hanno fatto sapere che domenica (nei Paesi arabi non è un giorno festivo,ma il primo della settimana) le ambasciate in Merioriente, in Nord Africa e nel Golfo chiuderanno. Il timore è che Al Qaeda stia per sferrare un attacco massiccio. Tra i Paesi in cui le sedi diplomatiche chiuderanno i battenti ci sono Israele, l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, l’Iraq, la Libia, l’Algeria, la Giordania, l’Arabia Saudita, il Kuwait, il Bahrein, il Qatar, l’Oman, l’Afghanistan, il Bangladesh e lo Yemen. Chiuderanno contestualmente i consolati, mentre l’Amministrazione Obama ha messo in allerta anche i cittadini Usa presenti in questi territori. Senza, tuttavia, spiegare nel dettaglio i motivi di tanta apprensione. Guido Olimpio, corrispondente estero de Il Corriere della Sera, ci spiega, secondo lui, cosa sta succedendo.

Di che elementi dispongono gli Usa per giustificare un simile allarme?

Evidentemente, hanno ricevuto informazioni dalle fonti di intelligence e della sicurezza. Queste devono aver registrato comunicazioni o movimenti sospetti al punto da far pensare all’imminenza o alla preparazione di un attentato.

Perché proprio adesso? C’entra con la fine del Ramadan?

Possono esserci dei legami, come del resto possono essercene con il fatto che il 4 agosto il presidente Barack Obama compirà gli anni. Non sono, in ogni caso, necessariamente queste le cause, o per lo meno non vi è una correlazione del tutto esclusiva.

Quindi?

I pretesti non mancano, ce ne sono moltissimi: dal conflitto in Siria a quello egiziano, passando per quello in Afghanistan, tanto per citarne alcuni. A volte, questi piani sono preparati da tempo, vengono studiati in una prospettiva di lungo termine, e capita che si concatenino tra di loro; poi, in via accidentale, emergono, magari in occasione di qualche coincidenza o anniversario particolare.

La chiusura di un’ambasciata rappresenta, in ogni caso, una circostanza estremamente grave

Già altre volte le ambasciate sono state chiuse. L’elemento eccezionale, questa volta, consiste nell’altissimo numero di chiusure. Territorialmente, le sedi diplomatiche ritenute in pericolo abbracciano praticamente mezzo mondo. Il che, induce ad una certa perplessità. Insomma, non esiste, ad oggi, una rete terroristica globale che si estenda su una porzione di Terra così estesa, come non esiste un coordinamento globale. Esistono, invece, moltissime cellule autonome.

Crede che l’allarme sia sopravvalutato?

Beh, diciamo che un anno fa vi fu l’assalto al Cairo, e ve ne furono altri a Tunisi e Bengasi. Quest’ultimo, in particolare, fu sottovalutato, e l’ambasciatore statunitense Chris Stevens perse la vita. L’Amministrazione Usa fu messa sotto accusa e, da allora, si può dire che abbia deciso di mettere le mani avanti.

Molti dei Paesi in cui le ambasciate sono state chiuse sono relativamente vicini all’Italia. Il nostro Paese corre dei rischi?

Il rischio, per l’Italia, è uguale a quello degli altri giorni. Le tensioni del Nord Africa ci coinvolgono non tanto per gli allerta specifici dell’ultima ora, quanto per i legami geografici e storici con quei Paesi. Non cambia, quindi, granché. Certo, nessuno può sapere cosa può succedere, e certe preoccupazioni sono innescate per distogliere l’attenzione dai reali obiettivi. Tuttavia, mi limiterei a considerare che occorre cautela senza allarmismi.  

 

(Paolo Nessi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori