CONGO/ Padre Gheddo: vi spiego perché bloccano le adozioni

- int. Piero Gheddo

Per PIERO GHEDDO, all’origine del blocco delle adozioni dei bambini del Congo c’è il forte nazionalismo che caratterizza il Paese, che pure si presenta nella realtà come fortemente disunito

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Un ribelle ucciso in Congo

“All’origine del blocco delle adozioni dei bambini del Congo c’è il forte nazionalismo che caratterizza il Paese, che pure si presenta nella realtà come fortemente disunito e agitato da rivendicazioni localistiche. Dall’indipendenza dal Belgio nel 1960 il Congo non ha mai attraversato un periodo di pace duratura”. Lo afferma Padre Piero Gheddo, giornalista e missionario del Pime, dopo gli scontri nella capitale Kinshasa che rischiano di gettare il Paese nel caos. A guidare la rivolta è il leader religioso Paul Joseph Mukungubila. In Congo si trovano ancora 24 coppie italiane in attesa di adozione, alloggiate in alberghi o residence e con i visti ormai scaduti. Un comunicato di Palazzo Chigi intanto ha fatto sapere che “il presidente del Consiglio, Enrico Letta, è vicino alle 24 famiglie italiane interessate dal blocco delle adozioni internazionali in Congo e sta lavorando, da settimane, affinché la vicenda possa risolversi positivamente”.

Padre Gheddo, come si spiega il blocco delle adozioni internazionali in Congo?

All’origine del blocco delle adozioni c’è un problema di forte nazionalismo. Il Congo ha compreso che impedire le adozioni dei bambini significa colpire un interesse occidentale, e ne hanno fatto un’occasione per agitare delle rivendicazioni e cercare di trarne dei vantaggi. L’Africa nera è essenzialmente nazionalista e ciò che unisce Paesi come il Congo è l’identità del popolo con la patria, anche se in parte si tratta di un paradosso.

In che senso è un paradosso?

Non dimentichiamo che le nazioni africane sono nate con la colonizzazione europea, mentre in precedenza esistevano solo le tribù. Il Belgio ha dominato il Congo dal 1885 al 1960, e una volta conseguita l’indipendenza il primo premier Patrick Lumumba ebbe come miraggio quello di creare un’identità per il suo popolo. La squadra di calcio, la valorizzazione del patrimonio culturale del Congo, le belle arti e la musica furono utilizzate per perseguire questo progetto.

Dopo l’attacco dei ribelli contro le postazioni del governo, i bambini adottati dalle famiglie italiane sono in pericolo?

Non credo, i ribelli non hanno intenzione di prendere di mira questi bambini e le famiglie che li hanno adottati. Il blocco delle adozioni è un fatto grave, ma quanto sta avvenendo in Congo è purtroppo una situazione abbastanza comune per l’Africa nera.

Da che cosa è caratterizzata la rivolta guidata dal leader religioso Paul Joseph Mukungubila?

Questa è una delle tante rivolte della storia del Congo, che sono quasi sempre a carattere localistico. Uno Stato con 75 milioni di abitanti e con una superficie pari a sette volte l’Italia, è agitato dalle rivendicazioni locali di singole regioni che vorrebbero un maggiore peso all’interno del governo. Si tratta quindi soltanto di uno scontro per spartirsi il potere politico ed economico.

 

Quali sono le cause all’origine di questo scontro?

I Paesi africani come il Congo hanno chiesto l’indipendenza in una fase storica in cui non erano affatto preparati per formare un governo nazionale che sostituisse il colonialismo. Negli ultimi 20 anni l’Europa, stretta dalla crisi economica, ha abbandonato l’Africa. Le stesse compagnie private europee hanno preferito trasferirsi in Cina, nei Paesi arabi e, dopo la caduta del Muro di Berlino, nell’Est europeo. Oggi quindi l’Africa è sempre più colonizzata dai cinesi.

 

Intende dire che la storia del Congo continua a influire negativamente anche sul presente?

Sì. Quella del Congo in particolare è stata un’indipendenza travagliata, e dal 1960 di fatto la nazione si è trovata in una guerra senza soluzione di continuità. Venti giorni dopo la proclamazione dell’autonomia era già scoppiato il conflitto civile. Il premier Lumumba scelse di rimandare a casa tutti gli stranieri, che tenevano in piedi il Paese lavorando in settori chiave come le comunicazioni, la scuola, la sanità, l’industria e il commercio. Basti pensare che nel 1960 in Congo c’erano soltanto 14 laureati. Se queste erano le premesse, mi domando come ci si potesse illudere di governare un Paese grande sette volte l’Italia. Tanto è vero che tutto precipitò immediatamente nel caos, con una situazione che continua ancora oggi.

 

(Pietro Vernizzi)

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