IL CASO/ Così l’Irlanda “imbavaglia” l’Europa su vita, educazione e famiglia

- Paola Binetti

PAOLA BINETTI e “l’altoltà” irlandese sul trattato di Lisbona in nome del diritto alla vita e alla famiglia, quando troppo spesso le spinte riformiste travolgono le storie nazionali

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Qualcuno potrebbe chiedersi perché le preoccupazioni del popolo Irlandese relative al trattato di Lisbona interessino tanto il nostro Paese da aver richiesto una ratifica dello specifico Protocollo sottoscritto dall’Irlanda. È vero che siamo tutti in campagna elettorale e tra poco più di cinque settimane ci saranno le elezioni 2014, per cui possiamo dire che tutto ciò che riguarda l’Europa in questo periodo ci riguarda in modo particolare. Ma le preoccupazioni del popolo irlandese pongono una sfida fondamentale al prossimo Parlamento europeo, interpellano le coscienze di tutti e rivelano  una sensibilità che non possiamo assolutamente ignorare. Il Parlamento oggi ha approvato la ratifica del Protocollo concernente le preoccupazioni del popolo irlandese relative al Trattato di Lisbona, firmato a Bruxelles il 13 giugno 2012 e vale la pena capire perché il popolo irlandese fosse tanto  preoccupato da mettere in discussione un trattato per altri versi importante per il contributo che dà alla costruzione di un’Europa di popoli e di culture, più che di mercato e di interessi economici.

L’articolo 1 del Protocollo riguarda il diritto alla vita, alla famiglia e all’istruzione e stabilisce che nessuna disposizione del Trattato di Lisbona che attribuisca valenza giuridica alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea  in materia di libertà, sicurezza e giustizia possa pregiudicare in alcun modo l’ambito e l’applicabilità della tutela del diritto alla vita, alla famiglia e all’istruzione sanciti dalla Costituzione irlandese. Detto in parole povere nessuna indicazione può venire dall’Europa che neghi o metta in discussione valori fondamentali nella vita di un Paese, come la vita, la famiglia e l’educazione. L’Irlanda in questo caso farà sempre prevalere i dettati della sua Costituzione e del suo ordinamento legislativo. La norma in esame ovviamente riguarda esclusivamente la Repubblica d’Irlanda, ma sollecita una seria riflessione anche nel nostro Paese, dove troppo spesso si prendono le indicazioni europee come se avessero valenza legislativa, anche quando appaiono in contrasto con la nostra Costituzione e con il nostro ordinamento.  L’Irlanda ci dà in questo caso un forte esempio di coerenza nella tutela dei valori e di coraggio nel confronto con altri paesi che hanno tradizioni diverse.

Il Protocollo irlandese si è reso necessario dopo l’esito negativo del referendum di Dublino del 2008, quando il popolo irlandese disse un no chiaro e forte a qualsiasi intervento che mettesse in discussioni valori cari alla sua tradizione e alla sua cultura. I Capi di Stato o di Governo dei ventisette Stati membri dell’Unione europea (UE), riuniti in sede di Consiglio europeo, hanno preso atto della volontà popolare irlandese e dei suoi timori rispetto al trattato di Lisbona e hanno dichiarato che, all’atto della conclusione del successivo trattato di adesione all’UE, avrebbero introdotto le disposizioni relative alla decisione popolare in un protocollo da allegare al Trattato sull’Unione europea (TUE) e al Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE).  Il 18 aprile 2012 il Parlamento europeo ha adottato un parere favorevole alle modifiche proposte dal Governo irlandese e dato la sua approvazione.

L’articolo 3 del Protocollo contiene poi una clausola di salvaguardia della politica di neutralità dell’Irlanda rispetto alle disposizioni del Trattato di Lisbona. Stabilisce che spetterà agli Stati membri – compresa l’Irlanda, che agirà in uno spirito di solidarietà e senza pregiudicare la sua tradizionale politica di neutralità militare – determinare la natura dell’aiuto o dell’assistenza da prestare a uno Stato membro che sia oggetto di attacco terroristico o subisca un’aggressione armata nel suo territorio. Anche in questo caso è evidente l’opzione che l’Irlanda fa a favore della vita e della pace come vie per lo sviluppo e il progresso non solo dell’Irlanda, ma dell’intera Europa.

In molti degli interventi che hanno accompagnato il dibattito in Parlamento, e che si è concluso con l’approvazione all’unanimità della ratifica in questione,  si notava però il bisogno di sottolineare la peculiarità tutta irlandese delle scelte fatte in materia di tutela della vita, della famiglia e dell’educazione, evitando di entrare nel vivo dei contenuti. L’approvazione è andata al rispetto della autonomia irlandese, ma non si è spinta ad interrogarsi sulle motivazioni che hanno portato questo popolo a dare esito negativo al referendum sul Trattato di Lisbona. Eppure il valore di questo Protocollo non è solo il segno di una volontà popolare che vuole restare in Europa, ma senza rinunciare alle sue radici, è soprattutto nel senso di quelle radici. La volontà popolare interpellata ha saputo dire di no ad una norma imposta dall’alto e sostanzialmente ambigua rispetto a ciò che fa cultura in Irlanda, ha saputo porsi criticamente davanti ad una proposta multidimensionale come è quella che sempre più frequentemente ci viene dal parlamento europeo, selezionando a cosa dire di si e a cosa dire di no. 

Troppo spesso sull’onda lunga di un progressismo riformista giungono dall’Europa proposte che non tengono conto delle diverse storie nazionali, delle diverse culture popolari e dei diversi punti di riferimento sul piano valoriale. L’Irlanda ha saputo fare le sue scelte, argomentandole e difendendole in un contesto che almeno inizialmente non sembrava affatto disposto a recepirne ma che non ha voluto fare a meno del suo contributo, per cui ha cercato e ha trovato gli strumenti della mediazione politica adatta. L’Irlanda ci insegna che non saranno gli euroscettici a salvare il vecchio Continente, e per questo abbiamo bisogno di mandare in Europa persone convinte del valore della vita e della famiglia, della necessità di non perdere di vista le radici umanistiche della nostra cultura, senza nulla negare alla necessità di essere tecnologicamente attrezzate per utilizzare gli strumenti di comunicazione attualmente disponibili. 

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