CAOS TURCHIA/ Dal sequestro del pm al blackout, una strategia per “cambiare” il voto di giugno

- int. Claudio Monge

Attacco al cuore della Turchia, un magistrato preso in ostaggio da terroristi di estrema sinistra, un blackout su scala nazionale di natura misteriosa. Parla il domenicano CLAUDIO MONGE

turchia_rapito_R439
Immagine da Internet

Turchia nel caos. Ieri un misterioso blackout ha colpito una vastissima parte del paese, praticamente tutta quella occidentale dove si trovano i centri nevralgici del potere politico ed economico, la capitale Ankara e Istanbul. Un blackout che il premier ha definito possibile atto di sabotaggio informatico di stampo terroristico. Nel frattempo militanti del gruppo di estrema sinistra Dhkp-c (Partito-Fronte Rivoluzionario per la Liberazione del Popolo) prendevano in ostaggio un importante magistrato, Mehmet Kiraz, l’uomo che ha indagato sulla morte di un giovane durante le manifestazioni del 2013 in Gezi Park. Un gruppo, il Dhkp-c, fra i tanti simili fra loro nella storia politica e terroristica turca, come ha spiegato a ilsussidiario.net l’esperto di studi islamici Claudio Monge: “Un gruppuscolo praticamente sconosciuto, ma non per questo è meno significativa la sua azione, frutto dello stato di caos e di conflitto sociale in cui si trova ormai da anni la Turchia. Un atto tipico di strategia della tensione, per alzarla ancora in vista delle prossime elezioni nel mese di giugno, un periodo in cui dovremo aspettarci altri episodi analoghi”.

Che rilevanza ha il Dhkp-c in Turchia? Al suo attivo si contano numerosi attentati e omicidi.

E’ un gruppo estremamente isolato, di cui si ignorano le forze numeriche anche se si stima sia composto da un organico limitato. In Turchia sono sempre esistiti gruppi rivoluzionari di estrema sinistra, attivi soprattuto nel mondo delle carceri dove hanno organizzato numerose rivolte.

Lo scorso 6 gennaio un militante di questo gurppo si è fatto esplodere uccidendo un poliziotto, anche in quel caso per vendicare il ragazzo ucciso durante le proteste di Gezi Park del 2013.

Nell’ultimo decennio non ci sono stati episodi eclatanti di terrorismo, che risalgono invece al periodo intorno al 2005 quando ci furono una serie di attentati molto ravvicinati nel tempo, con l’uccisione dell’ambasciatore inglese, l’attacco alla banca inglese di Istanbul poi l’attentato alla sinagoga. La Turchia oggi ha ben altri problemi, ad esempio la guerra civile infinita contro il Kurdistan o l’emergenza profughi dalla Siria.

Che cos’hanno significato le manifestazioni del 2013? Sono state un momento passeggero o hanno lasciato un segno nella società turca?

Quelle manifestazioni furono qualcosa di corale e di non violento in opposizione alla politica di Erdogan. Il ragazzo ucciso fu una eccezione, morì perché si era venuto a trovare in mezzo agli spari della polizia, a lacrimogeni lanciati sicuramente non in modo ortodosso ma ad altezza d’uomo. Io credo che ci troviamo in mezzo a un tentativo di alzare la strategia della tensione in vista delle prossime elezioni che si terranno nel mese di giugno. 

La Turchia appare come un paese profondamente diviso al suo interno, è così?

La Turchia è un paese che ha bisogno di riconciliazione sociale dopo anni in cui la politica ha contribuito alla polarizzazione invece che a qualunque tipo di riconciliazione. C’è poi un problema di politica estera, con derive che hanno messo il cerino in mano a questo Paese, derive fatte di politiche avventate. Infine viviamo un’emergenza drammatica data dai profughi provenienti dalla Siria, qualcosa di tremendamente incontrollabile. Anche Istanbul, che si trova a migliaia di chilometri dai confini siriani, ha le strade che rigurgitano di persone disperate sui marciapiedi. Una situazione incontrollabile.

 

In questa situazione, quali responsabilità ha la politica di Erdogan e il suo riferimento a certo fondamentalismo islamico?

La società turca è senza dubbio divisa, ma non c’è una dialettica politica nel senso nobile del termine. Il gioco è sempre ridotto al “o stai con noi o contro di noi e se sei contro di noi sei contro la nazione”. Da una parte un gioco legato al fondamentalismo islamico e dall’altro un uso estremamente pericoloso di un nazionalismo aggressivo che non è solo a destra, ma punta a dividere fra amici e nemici della Turchia. Un quadro molto teso.

 

In questo quadro che cosa significarono le proteste del 2013?

Le manifestazioni del 2013 esprimevano un modo di pensare della società in contrasto all’attuale gestione. Va detto però che non si possono eliminare con un colpo di spugna dieci anni di politica per colpa degli ultimi tre anni. C’è stato uno sviluppo positivo in questi dieci anni che non sarebbe corretto ignorare, ma oggi siamo davanti a un potere che alimenta solo se stesso e che rischia di cadere con conseguenze tragiche per il Paese intero.

 

Cosa manca alla Turchia per essere davvero un Paese modernamente democratico?

I fatti del 2013 hanno messo in luce l’esistenza di un movimento sociale rimasto tale, senza cioè una visione politica, come dovrebbe essere in un sistema autenticamente democratico.

 

In definitiva, episodi come questi delle ultime ore sono spie di un disagio sociale che può portare a sviluppi drammatici?

Sono dei moti scomposti da parte delle opposizioni nel tentativo di alimentare un pensiero “altro” rispetto al potere. Una tensione sociale che sfocia in episodi singoli senza alcun disegno straordinario, sintomi di una situazione di disagio sociale che non potrà che aumentare anche a causa della mancanza di quel miracolo economico che si è inseguito lungamente.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori