CRISTIANI UCCISI IN KENYA/ Padre Albanese: l’islam ci ammazza per bucare lo schermo

- int. Giulio Albanese

Per padre GIULIO ALBANESE, i cristiani sono colpiti perché è il modo migliore per “mediatizzare” gli attentati bucando lo schermo, nel senso che la notizia è subito ripresa e amplificata

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(InfoPhoto)

Almeno 147 persone sono state uccise dopo che le truppe kenyane hanno sgomberato un dormitorio dell’università di Garissa nel nordest del Paese africano. Al-Shabab somali armati di fucile avevano sequestrato gli studenti all’interno del campus. All’alba i jihadisti avevano fatto irruzione nell’università e si erano quindi barricati in una sezione al suo interno fino a sera. Forze di sicurezza hanno circondato l’edificio, e quindi è scattato il blitz che però non è stato purtroppo incruento. Abbiamo chiesto un commento a padre Giulio Albanese, missionario comboniano e giornalista.

Che cosa ne pensa del massacro avvenuto a Garissa?

Con gli attacchi in Kenya, Al-Shabab imita evidentemente il modello dell’Isis. Il fatto che abbiano diviso i prigionieri in due gruppi, da un lato i cristiani e dall’altra i musulmani, decapitando i primi e risparmiando i secondi, ci pone di fronte a una strategia che si ispira ai fanatici di Al-Baghdadi.

Perché i cristiani sono stati uccisi senza pietà?

Il motivo per cui sono colpiti i cristiani è che questo è il modo migliore per “mediatizzate” le loro nefandezze. Le vittime cristiane “bucano” lo schermo, nel senso che la notizia è subito ripresa e amplificata. Alcuni giorni fa si sono verificati massacri di musulmani in Somalia ma nessuno ne ha parlato. Chiaramente nel momento in cui si colpiscono obiettivi cristiani le azioni terroristiche sono riprese dalle agenzie internazionali.

Perché è stato colpito proprio il Kenya?

Gli Al-Shabab e gli altri gruppi ribelli che operano in Somalia hanno un forte desiderio di rivalsa nei confronti del Kenya, perché è intervenuto militarmente sul territorio somalo. Non è la prima volta che si registrano azioni terroristiche di matrice somala in territorio kenyano.

Il legame tra Al-Shabaab e Isis è soltanto di emulazione o è anche organizzativo?

E’ un legame di pura emulazione. Gli Al-Shabaab esistevano anche prima, sono una costola delle Corti islamiche di Mogadiscio presenti già nel 2006. La stessa Al Qaeda nel Maghreb nasce dalla congiunzione di tanti gruppi ribelli che si sono accorti che il logo di Bin Laden bucava lo schermo e che quindi hanno scelto di utilizzarlo.

Quali sono le origini del conflitto che sta attraversando la Somalia?

Nel ’91, con la caduta del regime di Mohammed Siad Barre, non esiste più un vero e proprio Stato somalo. L’attuale governo, pur essendo internazionalmente riconosciuto, non ha il controllo del territorio. Ciò nonostante si sono susseguiti diversi interventi stranieri, sotto la stessa benedizione dell’Onu, che però non hanno risolto la questione. Purtroppo il Corno d’Africa è l’area più esposta alla contaminazione di gruppi eversivi che provengono dalla sponda saudita/yemenita. Se nel ’900 la linea di falda tra Oriente e Occidente passava dal Medio Oriente, oggi le vicende del continente africano e in particolare del Corno d’Africa indicano che è in atto uno slittamento del conflitto.

 

Perché i jihadisti sono così forti in Somalia?

Un certo salafismo, e in particolare il wahabismo, ha rappresentato la culla di formazioni ribelli come Isis e Al-Shabaab. Il paradosso è che Arabia Saudita e Qatar sono Paesi nelle grazie degli Stati Uniti. Riyad non è stata inserita nella lista dei Paesi ribelli perché chiaramente c’è la questione del petrolio. La Somalia è la parte dell’Africa più esposta, in quanto si affaccia verso oriente. Anche se un certo jihadismo è presente anche in Libia, nella zona settentrionale del Mali e in Nigeria. Sono tutti gruppi preesistenti all’Isis, che però emulano il modello di Al-Baghadi perché questo buca lo schermo e dà una certa forza ideologica alla loro linea eversiva.

 

E’ in corso una guerra di religione?

No, siamo di fronte a una strumentalizzazione della religione per fini eversivi. Dire che questa è una guerra di religione significa fare il gioco degli estremisti. Vogliono porre la loro iniziativa su questo piano, ma se andiamo a fare il computo delle vittime i jihadisti hanno ucciso molti più musulmani che cristiani.

 

(Pietro Vernizzi)

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