ITALIA IN LIBIA/ La “doppia partita” che Renzi fa finta di non giocare

- Michela Mercuri

Hollande che aiuta l’Egitto e Haftar, Cameron idem, Obama che fa finta di fare l’arbitro. E la Tripolitania che aspetta l’Italia (nonostante Renzi). Ecco la partita libica. MICHELA MERCHURI

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Ha tutta l’aria di essere una doppia partita la sfida che si sta giocando in questo momento in Libia, in cui ci sono player che gareggiano in difesa ed altri in attacco ed in cui, a ben guardare, lo stato islamico non è forse tra gli sfidanti decisivi.

I due “campi di gioco” sono, a grandi linee, le regioni della Cirenaica e della Tripolitania, confini che evocano il retaggio di un passato coloniale, forse solo apparentemente sopito durante la lunga dittatura gheddafiana. E’ qui che giocatori forti, riserve e “nuovi acquisti” si contendono le risorse del paese — la posta in gioco — dribblando i brandelli di quella che una volta era la Libia e che oggi si avvia sempre di più verso la triste sorte di uno Stato fallito.

Nell’area che grosso modo è riconducibile alle regione della Cirenaica — al di là della presenza dello stato islamico in alcune zone — c’è il governo di Tobruk e il suo inamovibile “capitano”, il generale Haftar. Che però non è solo. Non è certo più uno scoop la notizia, apparsa anche su Le Monde qualche giorno fa, in cui si parlava di forze speciali francesi di stanza nella base di Benina, nei pressi di Bengasi, che starebbero supportando azioni contro lo stato islamico e altre milizie islamiste fedeli a Tripoli. Con loro, sempre secondo indiscrezioni che giungono da più parti, ma naturalmente non confermate, ci sarebbero anche corpi d’élite americani e inglesi. D’altra parte la rapida avanzata del generale verso Bengasi non si spiegherebbe se non con ingenti aiuti esterni da parte dei francesi e degli inglesi, assist importanti, certo, ma mai quanto il supporto dell’Egitto di al Sisi, pivot indispensabile per l’amico Haftar. 

Sembra così delinearsi sempre più chiaramente la sfida che si gioca ad est ed il ruolo dei vari player. Le armi dall’Egitto, le milizie di Haftar, il coordinamento di Parigi, la regia americana e la “non belligeranza attiva” della Gran Bretagna e presumibilmente di qualche altro attore attratto dal “premio partita”. E’ questa la squadra che gioca in attacco. I motivi di tale schieramento non sono difficili da comprendere, basta seguire la rotta del petrolio ed ecco che la partita inglese e francese — ma anche di molte altre potenze — nell’area della Cirenaica, trova la sua ragion d’essere. Si gioca per l’accesso alle risorse energetiche, per riprendere ed ampliare le attività estrattive e per allargare il raggio di quelle esplorative, avviate nel 2011 dopo la caduta del rais, magari “buttando la palla” anche un po’ più in là verso il bacino della Sirte. 

E’ qui che, nel silenzio del deserto e lontano da occhi indiscreti, compagnie americane, inglesi, francesi, ma anche russe, tedesche e spagnole stanno investendo somme notevoli in attività esplorative nelle aree di Brega, nel golfo della Sirte, dove sarebbero presenti molte compagnie provenienti da Stati Uniti e Gran Bretagna, di Zillah, dove sono particolarmente attive le compagnie francesi, di Beida e Kufra nella Cirenaica, solo per fare alcuni esempi.

E veniamo dunque all’altro campo di gioco, quella della Tripolitania, l’area forse più “infuocata” in questo momento, con Sabratha, teatro di scontri tra i miliziani affiliati a Isis e le forze locali riparate dall’alto dai raid Usa e con la capitale Tripoli, con più di un milione di abitanti, in cui, pur non potendo parlare di vero e proprio caos, pullulano armi e diverse milizie. Questa sarebbe, al momento, la “patata bollente” che spetterebbe alla missione a guida italiana. L’Italia, dunque, deve giocare inevitabilmente in difesa: conscia del pericolo, col fiato sul collo degli Usa, punzecchiata dalla Francia e dal fragore delle armi che giunge dalla Cirenaica, ma cosciente che solo prendendo attivamente parte alla partita potrà difendere i propri interessi di sicurezza ed economici, soprattutto nell’area che va da Tripoli al confine tunisino dove sono presenti molti giacimenti dell’Eni. 

Al momento le dichiarazioni dei vari leader politici, nonostante il pressing americano, sono ancora apparentemente dettate dalla cautela e dalla necessità di posporre qualunque intervento alla nascita del governo unitario, ma le modalità operative della presenza sul terreno appaiono già piuttosto delineate, anche alla luce del fatto che, notizia oramai confermata, a Tripoli e dintorni sono presenti, già da qualche tempo, circa 36 uomini dell’intelligence. A questi, a breve, ma i termini non sono ancora stati resi noti, si dovrebbero aggiungere 50 incursori del Col Moschin. L’azione italiana, nella zona della Tripolitania, avrebbe l’arduo compito di stabilizzare l’area attraverso l’addestramento delle milizie locali e la messa in sicurezza e il controllo del territorio con un lavoro politico, diplomatico e di intelligence. Sarà dunque imprescindibile il dialogo e la collaborazione con le milizie e le autorità locali per evitare che l’azione possa essere percepita come invasione, soprattutto dai vari leader delle fazioni locali. Le nostre forze sul terreno, dunque, dovranno muoversi su un filo sottile su cui sarà necessario mantenere l’equilibrio di un funambolo per evitare che il risiko possa incancrenirsi ulteriormente.

Questa dunque, al momento, è la doppia partita libica. La Francia ad est a supporto, assieme all’Egitto, delle milizie di Haftar. La Gran Bretagna in compagnia di altri “alleati”, per ora, apparentemente “in panchina” attende di capire come e quando entrare in campo per mettere le mani sul premio finale. L’Italia che, volente o nolente, si prepara ad entrare più energicamente ad ovest. Gli Stati Uniti, che dichiarano di non voler più essere i gendarmi del mondo ma paiono ben disposti a dettarne le regole, svolgono il ruolo di “arbitro”. Non sappiamo come finirà il match, ma una cosa appare certa, per i libici non sarà un gioco a somma zero.

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