SCENARI/ Chi ha lasciato “sola” l’Italia in Egitto e Libia?

- Michela Mercuri

Non solo Hollande si è recato in Egitto a concludere affari; ora anche gli Usa sbloccano gli aiuti militari sospesi nel 2013. E anche in Libia l’Italia risulta isolata. MICHELA MERCURI

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Guerrigliero di Hamas, foto Infophoto

Siamo soli in Egitto. Qui, nonostante gli appelli italiani alla comunità internazionale ad adottare una linea comune nei confronti di al Sisi — in risposta alla quantomeno opaca posizione sull’omicidio di Giulio Regeni — i nostri presunti alleati preferiscono procedere in direzione ostinata e contraria nel perseguimento del proprio interesse nazionale, lasciando l’Italia pressoché da sola contro il Cairo o, nella migliore delle ipotesi, offrendoci il contentino di qualche dichiarazione di circostanza. 

Hollande, facendosi largo tra le maglie ora più larghe dei rapporti italo-egiziani, si è da poco recato da al Sisi con più di sessanta imprenditori pronti a firmare fior di contratti e ad allargare il business, già fiorente in armamenti, anche ad altri settori come quello dei trasporti e delle energie rinnovabili. L’obiettivo, aumentare in tempi rapidi il volume di scambi commerciali che l’anno scorso si aggirava attorno ai 2,5 miliardi di euro, sembra raggiunto. Tanto per fare un esempio toccherebbe ad una Ati (associazione temporanea di imprese, ndr) guidata dalle francesi Vinci Construction e Bouygues il completamento della linea 3 della metropolitana del Cairo; un affare che supera il miliardo di euro. Ma non mancano altri “interessati celebri” come la Renault, che parrebbe ben intenzionata ad aprire stabilimenti nel paese. Se qualcuno poi avesse dei dubbi su pagamenti e garanzie, basta ricordare che dietro a tutta l’operazione c’è il deus ex machina saudita, che non si limita a stanziare fondi al Cairo per l’acquisto di armamenti francesi ma funge anche da garante sui prestiti stranieri. 

Ma la Francia non è la sola ad alimentare la sindrome di abbandono dell’Italia. Gli inglesi, che pur dovrebbero essere coinvolti e solidali con la causa italiana — visto che, tra l’altro, Giulio Regeni era uno studente di Cambridge —, seppure con maggiore tatto, fanno spallucce. Nulla più che qualche monito ad al Sisi per una maggiore trasparenza, conseguenza delle pressioni degli attori della società civile e soprattutto delle 10mila firme della petizione promossa da ambienti accademici. 

Davanti a questo scenario affatto rassicurante potremmo almeno sperare nella “compagnia” degli Stati Uniti, visto che il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, John Kirby, parlando in un briefing a margine della recente visita di John Kerry al Cairo, ha ribadito che “gli Stati Uniti chiedono un’indagine imparziale e completa” sull’omicidio Regeni. A ben leggere tra le righe, però, Kerry ha anche affermato senza mezzi termini che gli Stati Uniti aiuteranno l’Egitto a superare le sfide che sta affrontando, rinvigorendone l’economia e supportandolo nel risolvere i problemi di sicurezza. Il che, tradotto, vuole dire anche sblocco degli aiuti militari sospesi dopo il colpo di Stato militare del 2013 quando, dopo la deposizione del presidente Morsi, Obama aveva congelato 1,5 miliardi di dollari di aiuti, in buona parte militari. A ben guardare, dunque, sembra che Washington preferisca frequentare altre compagnie.

Non va meglio nel quadrante libico. Anche qui, in fondo, siamo soli. Per lo meno da quando nel 2011 l’Italia, che aveva da poco firmato un accordo con Gheddafi che, tra le altre cose, prevedeva la realizzazione di progetti infrastrutturali per 5 miliardi di dollari americani, è stata trascinata in una guerra senza né capo né coda, voluta dagli anglo-francesi. Da allora, fino a tempi recenti, la Libia ha virato sempre più verso la forma uno stato fallito. L’unica compagnia capace di continuare ad operare nel paese è stata l’Eni, mentre la Total, la Exxon e la Bp, solo per fare alcuni nomi, hanno piano piano fatto le valigie con la coda tra le gambe. Ma mentre l’Italia lavorava per mantenere le proprie posizioni in Tripolitania, impegnandosi al contempo sulla via diplomatica per il governo di concordia nazionale, la Francia con una mano sosteneva gli sforzi unitari mentre con l’altra continuava a “foraggiare” Tobruk. 

Così se Hollande appoggia ufficialmente il governo voluto dalle Nazioni Unite, tanto che il ministro degli esteri francese si è da poco recato in visita a Tripoli per omaggiare Serraj, le forze speciali francesi continuerebbero ad operare nella base di Benina supportando il generale Haftar che avanza verso Bengasi con armi egiziane di fabbricazione francese e pagate da Riad. D’altra parte le risorse della Cirenaica fanno gola alla Francia e non solo. E’ qui che le compagnie francesi, inglesi — ma anche russe, cinesi e non solo — si stanno dando un gran da fare in attività esplorative, piazzando le loro bandierine in suolo libico.

Se è vero dunque che, come scriveva Pier Paolo Pasolini, “bisogna essere molto forti per amare la solitudine”, dovremmo pensare fin da ora a come allenarci in tal senso.

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