CATTOLICI E ORTODOSSI/ Pezzi: uniti dalla tradizione e dal martirio

Cattolici e ortodossi, un bene gli uni per gli altri, nonostante le ancora profonde divisioni. Una strada aperta da papa Francesco e dal Patriarca di Mosca. PAOLO PEZZI, arcivescovo di Mosca

23.08.2016 - Paolo Pezzi
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L'incontro a Cuba tra il patriarca Kirill e papa Francesco (Foto dal web)

L’incontro di L’Avana (Cuba) del febbraio scorso e la Dichiarazione comune che Papa Francesco e il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Kirill hanno firmato in quell’occasione costituiscono un evento, un abbraccio che ha già cambiato la storia. Il cambiamento è sempre un presente ed è solo opera di Gesù Cristo, morto e risorto e presente qui ed ora, che cambia l’uomo singolo e tutta la storia, trasfigurandoli (cfr. Giovanni Paolo II). Infatti la Dichiarazione si apre con questa consapevolezza stupita: “Per volontà di Dio Padre dal quale viene ogni dono, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, e con l’aiuto dello Spirito Santo Consolatore, noi, Papa Francesco e Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, ci siamo incontrati oggi a L’Avana”. Questo stupore dice già di un cambiamento in atto, di un abbraccio che ha già cambiato la storia. 

“Per essere me stesso, ho bisogno di te. Se non ci guardiamo gli uni gli altri negli occhi, non siamo veramente umani” (cfr. Bartolomeo). Parafrasando un po’ provocatoriamente il titolo del Meeting di quest’anno potremmo dire che tu, ortodosso, sei un bene per me, cattolico; e tu, cattolico, sei un bene per me, ortodosso, al punto che senza di te non posso essere fino in fondo me stesso. Ma questa non è solo una bella dichiarazione di intenti. Incontrandosi, guardandosi negli occhi, parlando cuore a cuore, papa e patriarca hanno scoperto per se stessi e per le chiese che guidano di essere un bene l’uno per l’altro.

In questo senso mi permetto di dire che quell’incontro era necessario, o perlomeno utile innanzi tutto alle stesse persone del patriarca e del papa, perché scoprissero quale contributo alla vita delle loro persone e delle chiese può dare l’altro come testimone di Cristo. L’incontro di Cuba è stato l’incontro di due testimoni del cristianesimo, di Cristo, che, a partire dall’appartenenza a Lui, hanno formulato un giudizio sul presente, sulle circostanze che attualmente viviamo.

Per me, in questo senso, che l’incontro sia avvenuto durante l’anno giubilare della misericordia, dice di una storia e di una grazia. La storia è quella particolare della comune Tradizione che permette di riconoscersi fratelli in Cristo presente qui ed ora dentro la più grande storia umana. Questo permette un cammino che porti, a Dio piacendo, alla piena comunione, e questo è il motivo di grazia misericordiante: l’unità in cammino è già una grazia, non è che dobbiamo aspettare la piena comunione per vivere, per testimoniare, per soffrire per la fede. Francesco e Kirill conoscevano e conoscono bene le barriere teologiche, e pastorali e storiche che si frappongono fra le Chiese, tuttavia hanno dimostrato che l’incontro è possibile, e il cammino unico desiderabile, anche se possiamo per ora percorrerlo assieme, ma non nella piena comunione.

Devo dire, da parte mia, che la “conversione” prima ed immediata che l’incontro dell’Avana ha prodotto in me è stato proprio questo sguardo nuovo ogni volta che ho incontrato in seguito un’ortodosso: la domanda che sorgeva in me piena di stupore non era “cosa ci porterà questo nuovo incontro?”, ma “cosa di positivo, di nuovo sorprendi in questo tuo fratello?”

L’incontro è sempre fonte di speranza, perché da ogni incontro si esce più vicini, ci si conosce di più, perdonatemi l’azzardo: ci si ama di più, viene voglia di condividere la vita l’uno dell’altro di più, altrimenti non è un incontro nel senso vero e profondo del termine! L’incontro getta le fondamenta dei pilastri dei ponti che siamo chiamati a costruire tra le nostre comunità: questa è per me una delle priorità oggi per la comunità cattolica in Russia: creare ponti. Creare occasioni di incontro e di comune testimonianza. L’incontro non accresce la divisione, ma aiuta a colmare la distanza.

A Cuba abbiamo assistito a un abbraccio fraterno: ci può piacere o no, ma quello era un abbraccio tra due fratelli. “Con gioia ci siamo ritrovati come fratelli nella fede cristiana” (Dichiarazione). Qual è la sorgente dunque di questa fratellanza, in cosa consiste storicamente? La comune Tradizione spirituale del primo millennio del cristianesimo, i cui testimoni di tutto rispetto sono la Santissima Madre di Dio, la Vergine Maria, e i Santi che veneriamo. Tra loro ci sono innumerevoli martiri che hanno testimoniato la loro fedeltà a Cristo e sono diventati seme di cristiani (cfr. Dichiarazione). È la Tradizione condivisa e il martirio, cioè la testimonianza. La Tradizione come ipotesi positiva per l’incontro, che potrà così rinnovarla, rimanendo in tutto fedeli ad essa, renderla un giudizio positivo di speranza per l’uomo d’oggi.

In una mia recente visita a Damasco, mi ha colpito non solo vedere alcuni luoghi di questa Tradizione, ma il poterli condividere con i cristiani del luogo: è stato molto toccante andare assieme nei luoghi dove, secondo la tradizione, Paolo ha incontrato Gesù risorto, dove ha ricevuto il battesimo, dove ha iniziato la sua prima testimonianza del Vangelo, compimento dell’antica tradizione, dove ha iniziato a sentire sulla sua pelle il prezzo del martirio per quella testimonianza resa a Cristo. E Paolo ha vissuto la lacerazione delle proprie viscere causata dalle divisioni del corpo di Cristo nella storia, ma non ha mai smesso di guardare a coloro che avevano lo stesso Battesimo, la stessa fede in Gesù Cristo, come a dei fratelli. 

Allora come avviene il mostrarsi, l’incrementarsi di questa fratellanza, il cui segno è la misericordia, volto del Padre, riflesso del Figlio e opera dello Spirito? Attraverso gesti concreti di testimonianza. Ecco, “testimonianza” è la terza grande parola dell’incontro di Cuba e di questa Dichiarazione dopo “incontro” e “scoprirsi fratelli”, secondo me. Quando penso alla testimonianza, mi vengono in mente innanzitutto gesti semplici di carità, e che spesso restano inosservati, ma che reggono il destino del mondo, sostengono la speranza degli uomini.

Ecco, i testimoni fanno quello che fanno solo per pura gratuità, senza tornaconto perché il loro sguardo intercetta la presenza Cristo nel reale, e guardando a Lui divengono capaci di gratuità e di vedere ciò che altri non vedono. Insomma, voglio dire che la testimonianza non è aria fritta! Anche se invisibile agli occhi di molti, viene notata da chi ha occhi per vedere, cioè la testimonianza è sperimentata da chi ha bisogno della salvezza. E poi la testimonianza cristiana avviene sempre dentro circostanze concrete, ma dilatandosi a tutto il mondo.

“La civiltà umana è entrata in un periodo di cambiamento epocale. La nostra coscienza cristiana e la nostra responsabilità pastorale non ci autorizzano a restare inerti di fronte alle sfide”, parola cara sia al papa che al patriarca, “che richiedono una risposta comune” (Dichiarazione). E quindi questa “ardita testimonianza” chiede di andare alla radice: è sempre un annuncio, l’annuncio in atto del Vangelo: “Ortodossi e cattolici sono uniti non solo dalla comune Tradizione della Chiesa del primo millennio, ma anche dalla missione di predicare il Vangelo di Cristo nel mondo di oggi. Ortodossi e cattolici devono imparare a dare una concorde testimonianza alla verità in ambiti in cui questo è possibile e necessario” (Dichiarazione). Non è solo il passato che ci unisce, ma anche il futuro, e il futuro è la missione, l’annuncio di Cristo presente qui ed ora, che salva l’umano, lo rende vero, lo esalta. Essere testimoni significa lavorare, pregare, soffrire per l’unità. “Dalla nostra capacità di dare insieme testimonianza dello Spirito di verità in questi tempi difficili dipende in gran parte il futuro dell’umanità” (Dichiarazione), creando “oasi di amore disinteressato in un mondo, in cui tanto spesso sembrano contare solo il potere ed il denaro” (Benedetto XVI).

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