DALLA GERMANIA/ La sconfitta della Merkel spiegata da una profuga dell’ex DDR

- Roberto Graziotto

Batosta per la coalizione di governo nelle elezioni regionali di Berlino: la Spd perde il 6%, la Cdu il 5%. La AfD raggiunge il 14%. Cosa ha sbagliato la Merkel? ROBERTO GRAZIOTTO

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Frauke Petry, leader di AfD, con Leif-Erik Holm (LaPresse)

LIPSIA — Stando alle ultime proiezioni consultate (ore 21, ndr), ecco il verdetto del voto per il parlamento nella capitale tedesca, Berlino: il partito più grande rimane la SPD con il 22% dei voti, ma con un perdita del 6%. Il secondo partito la CDU, con cui la SPD ha governato la capitale negli ultimi cinque anni, raggiunge il 17,9 % (con una perdita del 5%). I Verdi e Die Linke (la sinistra) arrivano a circa il 15% ciascuno. Anche nella capitale, più liberale che conservatrice, non certo il terreno più adatto per la AfD (Alternative für Deutschland), il nuovo partito a destra della CDU/CSU prende di colpo il 13,6%. Il liberali superano la soglia del 5%, necessario per entrare nel parlamento. 

Questi risultati, con il risultato delle elezioni nel Mecklenburg-Vorpommern di due settimane fa — in cui il partito socialdemocratico pur perdendo voti rimane la forza politica più forte, il partito democristiano della cancelliera Merkel perde più del 5% e la AfD prende quasi il 21% dei voti e supera così i voti presi dalla CDU — confermano ormai il fatto evidente che la cancelliera proveniente dai nuovi Länder ha perso in essi quasi dappertutto molto della sua credibilità politica. 

Ne ho parlato con un’anziana signora, nata nel 1933 in Bad Muskau/Liegnitz (Oberlausitz), oggi Polonia, Ruth Richter, immigrata dopo la seconda guerra mondiale nel Sachsen-Anhalt ed attiva come insegnante di musica e come responsabile dell’associazione dei giovani comunisti (FDJ) nella sua città durante gli anni settanta e novanta del secolo passato.

È una voce interessante perché è stata lei stessa profuga, dapprima, da bambina piccola, in Baviera, in cui si adatta, pur provenendo da una famiglia non religiosa, agli usi dello stato più cattolico della Germania. Dopo un breve periodo in Baviera ritorna a Liegnitz e vive sempre da bambina un momento drammatico della sua storia di famiglia: la madre denuncia il marito comunista ai nazisti residenti a Liegnitz e ne sposa uno, avendone anche un bambino. Il padre muore e lei vivrà con una madre adottiva. Negli anni Cinquanta arriverà in Sassonia-Anhalt. 

Ci tiene a dire che il lavoro educativo nell’associazione comunista giovanile (FDJ) era un lavoro sano: i bambini erano educati con un programma rispettoso della loro età. La presenza del partito non era oppressiva; si doveva rendere conto del proprio lavoro periodicamente, ma in fondo era sufficiente raccontare ciò che appunto si faceva con i ragazzi. La Stasi non aveva un’influenza diretta nel quotidiano del lavoro educativo, almeno nella sua città. 

Le ho chiesto se non vi fossero anche aspetti negativi nella sua vita nella DDR, come comunista e insegnante. Ciò di cui tutti soffrivano era la mancanza di beni alimentari e di beni più o meno necessari come il vestiario e altri che oggi sono ritenuti di prima necessità (utensili, etc.). Per quanto riguarda l’impossibilità di viaggiare la signora Richter ha commentato: “sì, su questo punto i capi del partito si sono davvero sbagliati”.  

Abbiamo parlato dei fatti occorsi qualche giorno fa a Bautzen, una piccola città ad est di Dresda, al confine con la Polonia, in cui 20 migranti hanno attaccato in modo violento un centinaio di estremisti di destra che li insultavano. Le ho chiesto come spiega questi fenomeni di mancata integrazione da un lato e di estremismo dall’altro. Come mai proprio nella parte di paese in cui ha regnato per anni il comunismo la destra è così politicamente presente, sia in forme extraparlamentari sia parlamentari, con la AfD? 

La signora Richter, che ovviamente mi ha fatto notare la differenza tra il motivo immigratorio di allora (tedeschi che arrivavano dall’est nella propria patria) e quello di oggi, dice che il grande problema è il concetto di “integrazione”, che secondo lei è lasciato troppo nel vago. Non è chiaro quale sia il modello: in cosa devono integrarsi i migranti musulmani per esempio? Ricordando la sua esperienza, ha detto che chi viene ricevuto in un paese deve essere cosciente di essere “ospite” di questo paese e come tale deve anche comportarsi. Le ho chiesto che cosa ne pensa della politica di apertura senza limiti attuata dalla cancelliera nel 2015, oggetto di critica da parte di moltissime persone, in modo particolare nei nuovi Länder, come dimostrano i risultati delle ultime elezioni regionali. Il grande problema di questa politica di Angela Merkel, mi ha detto, è stata la mancanza di reale controllo. È giusto ospitare chi viene da una regione di guerra o di povertà economica, ma si sarebbe dovuto controllare in modo più preciso e severo chi entra. Un punto, questo, sul quale la riflessione è solo all’inizio.



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