JIHAD/ Se lo stato islamico entra nella “Comunità internazionale”

- Caleb J. Wulff

Il fondamentalismo, con la violenza che ne deriva, è un problema non esclusivo ma particolarmente grave del mondo islamico, che spetta principalmente ai musulmani risolvere. CALEB J. WULFF

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Immagini di repertorio (LaPresse)

Non vi è dubbio che sarebbe disastroso trasformare la crescente minaccia del terrorismo di matrice islamica in una guerra di religione contro l’intero islam; è anche giusto denunciare il pericolo rappresentato dai fondamentalismi religiosi ed evidenziare che il fondamentalismo non è certamente un’esclusiva dell’islam. 

Tuttavia, se si guarda alla realtà attuale, la violenza proviene massimamente dal fondamentalismo islamico, che pare aver dichiarato, esso sì, una guerra di religione contro quei musulmani che non ne condividono la concezione dell’islam. Una violenza che si scatena a maggior ragione contro chi musulmano non è, in particolare i cristiani. 

I fondamentalisti si considerano detentori del “vero” islam, quello più vicino alle origini, e non possono essere di certo i cristiani o i non credenti a decidere se costoro sono veri musulmani. La risposta non sembra semplice neppure per i musulmani che, anche nelle più autorevoli espressioni come l’università Al-Azhar del Cairo, hanno difficoltà teologiche nell’escludere dall’islam gli aderenti all’Isis, pur contestando la loro interpretazione della dottrina e condannando i loro atti di violenza.

E’ evidente che questi movimenti fondamentalisti non coincidono con tutta la comunità musulmana, anzi ne costituiscono una minoranza, ma purtroppo non irrilevante. Avendo portato il terrorismo direttamente nel cuore dell’Europa, l’attenzione in Occidente si è concentrata sull’Isis, ma il fenomeno è molto più ampio. A cominciare da Al-Qaeda, che continua la sua nefasta presenza anche dopo l’uccisione di Bin Laden, come ben dimostra in Siria la sua affiliata Al-Nusra. O la confluenza nell’Al-Qaeda del Maghreb di quella Gia che massacrò i monaci di Tibhirine nel giugno del 1996, esattamente vent’anni prima dell’assassinio di Rouen. 

Né si possono dimenticare Boko Haram in Nigeria e Al-Shabaab in Somalia, ben poco distanti per efferatezza dall’Isis. Boko Haram ha già causato migliaia di vittime e milioni di sfollati in Nigeria e la sua presenza si è ormai estesa anche ai confinanti Camerun, Ciad e Niger. Gli Shabaab traggono profitto dalla situazione tuttora caotica in cui versa la Somalia, combattendo contro sia il governo di Mogadiscio che il corpo di spedizione dell’Unione africana. Particolarmente sanguinoso l’attacco nell’aprile 2015 all’università keniota di Garissa in cui gli Shabaab massacrarono 148 studenti cristiani, dopo averli separati dai musulmani.

Un dato rilevante è il progressivo connotarsi in senso confessionale di movimenti nati su base nazionalista e laica, come nel caso degli indipendentisti ceceni che combattono contro i russi o di quelli uiguri contro la Cina. Il caso forse più evidente è quello palestinese, con la divisione dell’Olp tra Al Fatah e la confessionale Hamas, che governa la Striscia di Gaza in base alla sharia. 

La creazione di uno stato islamico non è quindi una prerogativa dell’Isis, ma un obiettivo comune a tutti i gruppi descritti, come lo è dei talebani tuttora all’attacco in Afganistan. Qui, la differenza con il passato è data dalle pesanti derive islamiste del regime pachistano, di cui un grave esempio è la legge sulla blasfemia. L’opposizione a questa legge costò la vita al deputato cattolico Shahbaz Bhatti e la condanna a morte, per il momento sospesa, di Asia Bibi, mentre sono in continua crescita gli attacchi ai cristiani.

La concezione di Stato confessionale pone diversi problemi al mondo occidentale, mentre sembra essere considerata necessaria da gran parte del mondo islamico, non solo fondamentalista. In Paesi a maggioranza musulmana sembra sia scontato porre l’islam come religione di Stato e la sharia alla base del sistema giuridico: spesso il dibattito è solo se debba esserne l’unica fonte o la fonte principale, versione questa adottata nei sistemi moderati. Se si guarda a come la sharia viene applicata nei territori occupati dall’Isis, Boko Haram o Al-Shabaab, non sembrano esservi grandi differenze con Stati membri del’Onu come Arabia Saudita, Qatar, altri Stati del Golfo o il Sudan. A parte la maggior efferatezza dei primi, resta difficile non attribuire la definizione di fondamentalisti anche ai secondi, pur considerati membri a pieno diritto della comunità internazionale.

Non è quindi un caso se nelle classifiche di Human Rights Watch ai primi posti tra i meno rispettosi dei diritti umani, accanto alla Corea del Nord, si trovano Stati a maggioranza musulmana. Se il mondo islamico non riuscirà a risolvere questi problemi al suo interno, sarà inevitabile il prevalere di concetti come guerra di religione e scontro di civiltà.

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