SIRIA E IRAQ/ Turchia e Isis, dopo la guerra del petrolio arriva quella dell’acqua

- Michela Mercuri

Anche l’acqua può diventare un’arma potente per piegare i nemici. E’ il caso dello scenario mediorientale, dove le fonti sono divise tra Turchia, Siria, Egitto e Iraq. MICHELA MERCURI

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La moschea degli Omayyadi di Aleppo, distrutta dalle bombe (LaPresse)

Lo scorso 22 marzo è stata celebrata la giornata mondiale per l’acqua. C’è poco, però, da festeggiare: i ricercatori del Pacific Institute hanno certificato, ad oggi, più di 340 casi di crisi legate alla gestione delle risorse idriche; un dato quantomeno preoccupante. 

Basta guardare cosa è accaduto in molte aree del mondo negli ultimi anni per capire come l’acqua, il bene più prezioso, possa divenire arma, bersaglio e minaccia nella politica estera degli Stati. E’ arma quando viene inquinata per mettere in ginocchio la popolazione locale o per colpire il nemico; è bersaglio quando vengono colpite le riserve idriche di un paese per condizionare gli esiti di un conflitto; è minaccia quando con la costruzione di argini e barriere gli Stati si appropriano di questa risorsa, sottraendola ad altri.

In questo contesto, già di per sé drammatico, il Medio Oriente, dilaniato da guerre fratricide e conflitti infiniti, è una delle aree più a rischio, in cui le dispute per l’acqua si intrecciano con un contesto di cronica instabilità politica e una persistente penuria di risorse. D’altra parte la storia di questa difficile “porzione di mondo” è anche una storia di fiumi contesi: il Giordano, condiviso da Israele, Giordania, Siria, Libano e Cisgiordania; il Nilo sfruttato principalmente dall’Egitto e causa della crisi di Suez, e, dunque, della seconda guerra arabo-israeliana del 1956; il Tigri e l’Eufrate, controllati dalla Turchia, visto che il 90 per cento dell’acqua dell’Eufrate e il 50 per cento di quella del Tigri hanno origine in territorio turco, ma da cui dipendono anche Siria e Iraq.

E’ proprio qui che oggi si svolge una delle più gravi crisi legati al controllo delle risorse idriche dei due fiumi, storicamente “bersaglio, arma e minaccia” della geopolitica turca e ora parte di un risiko in cui sono emersi nuovi attori come lo stato islamico. Per comprendere la reale portata del problema è necessario fare un passo indietro. 

La Turchia, sfruttando il ruolo di “rivierasco superiore”, ha ambito da sempre a gestire il controllo di questi bacini, causando non pochi malumori con Siria e Iraq, che hanno risposto brandendo l’arma dei guerriglieri separatisti del Pkk, fumo negli occhi per Ankara. Damasco minacciava di fornire sostegno agli indipendentisti curdi e Ankara intimava di sospendere la “concessione” delle acque. Un braccio di ferro che è andato avanti per molti anni fino a quando lo stato islamico ha occupato parte di questi territori. 

L’acqua è divenuta così arma infallibile anche per gli jihadisti che, per piegare la popolazione e i nemici, hanno più volte minacciato di interrompere le forniture di acqua e di far saltare le dighe. Emblematica è la questione della diga di Mosul, la più grande dell’Iraq, con un invaso di circa 8 milioni di metri cubi d’acqua e un bacino di utenza di circa 2 milioni di persone. La diga non solo si trova in un’area molto vicina ai territori controllati dallo stato islamico ma presenta, fin dalla sua messa in funzione, seri problemi di instabilità, legati alla composizione carsica del terreno sottostante. 

Il rischio è elevatissimo, se il bacino esondasse arriverebbe in poche ore a travolgere anche Baghdad. La manutenzione, per quanto necessaria, è stata molto parziale a causa dei conflitti che negli ultimi anni hanno dilaniato queste zone. Per fortuna lo scorso anno è stato avviato un piano per la ristrutturazione. L’appalto è stato vinto dalla ditta Trevi di Cesena e il governo italiano ha schierato un contingente militare di 500 uomini a protezione dei lavori, entrando, così, nel pantano levantino.

Quello della diga di Mosul è solo un esempio che, però, ci aiuta a comprendere come in Medio Oriente, ed in particolare nelle aree controllate dal califfato, l’acqua, più del petrolio, è la posta in gioco della partita a scacchi degli attori regionali e internazionali invischiati nei vari conflitti. Si innesca, così, una  spirale drammatica in cui la mancanza di acqua alimenta le ostilità, che a loro volta accrescono i rischi per la gestione e la manutenzione delle risorse, riducendone la disponibilità. Seppure dunque le milizie del califfato dovessero subire una fase di arretramento, come sembra emergere dai fatti recenti, i problemi per la gestione di questa risorsa potrebbero non subire mutamenti sostanziali, se non nel numero o nella denominazione degli attori coinvolti. 

Questo dimostra come la pace nel Levante, così come in tutte le aree del mondo in cui vi è scarsità di “oro blu”, debba passare anche attraverso accordi politici per la gestione delle acque. Uri Shamir, membro dell’Israel Water Authority, non molto tempo fa disse: “l’acqua non è un ostacolo per la pace, ma può fornire pretesti a colui che cerca delle ragioni per combattere” e la storia ci dimostra che non sempre il buon senso prevale sulla realpolitik.

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