TURCHIA CONTRO GERMANIA/ Quel mix pericoloso di ricatti, soldi e jihad

- Roberto Graziotto

Lo scontro tra Turchia e Germania dura ormai da mesi, anche se in modo non subito evidente, ma negli ultimi giorni si è riacceso con toni forti. ROBERTO GRAZIOTTO

receptayyip_erdogan_2_turchia_lapresse_2017 Il presidente turco Recep Taiyyp Erdogan (LaPresse)

LIPSIA – Lo scontro tra Turchia e Germania dura ormai da mesi, anzi, anche se in modo non subito evidente, già a partire dal tentato colpo di stato del 15 luglio del 2016. Con il cambiamento della Costituzione turca decretato dal referendum costituzionale del 16 aprile scorso, in cui è stata soppressa la democrazia parlamentare nella forma avuta fino ad allora, i rapporti sono diventati sempre più difficili. Fino all’altro giorno però la Germania si è sforzata di mantenere toni diplomatici, anche se si era opposta, per motivi di sicurezza, a manifestazioni di piazza di politici turchi sul referendum. 

Il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha rincarato la dose dei suoi interventi critici, passando da un paragone storico in cui aveva paragonato la Repubblica federale tedesca di oggi alla Germania di Hitler, a un’affermazione degli ultimi giorni sulla forza delle due nazioni, rivolgendosi così ai “nostri amici tedeschi e al mondo intero”: “non siete forti abbastanza per calunniare la Turchia e non siete abbastanza forti per spaventarci con queste cose”. Di quali “cose” si tratta? “Gli avvertimenti tedeschi di non viaggiare in Turchia sono malvagi”, ha aggiunto Erdogan, che ha anche ripetuto la sua accusa in base alla quale la Germania offrirebbe rifugio a terroristi. 

Il monito di Erdogan non riguarda solamente il turismo, come vedremo nel seguito dell’articolo. Per quest’ultimo credo che il presidente turco si riferisca alla frase del ministro della Giustizia Heiko Maas (Spd), in quale ha affermato che chi viaggia in Turchia non passa il suo tempo libero in uno stato di diritto. Il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, in un’intervista alla Bildzeitung pubblicata alla fine della scorsa settimana, ha rincarato la dose paragonando la Turchia alla Ddr: “chi viaggiava là sapeva: se ti accade qualcosa non ti può aiutare nessuno”. 

Questa volta i toni diplomatici arrivano dalla Turchia e precisamente dall’uomo di fiducia più importante del presidente Erdogan, il premier Binali Yildirim, che cerca di abbassare i toni, aggravati dall’indignazione dell’economia tedesca perché il governo turco avrebbe sospettato rinomate aziende e imprese tedesche di offrire rifugio ai terroristi. Ascoltiamo il premier turco: “il mio appello consiste nell’agire con accortezza. Non serve né alla Germania né alla Turchia se i rapporti vengono danneggiati”. Il governo turco vedrebbe nella Germania “ancora oggi” un partner strategicamente importante in Europa. Questo corrisponde al dato di fatto che vi è una dipendenza economica molto forte, come sottolinea Maja Brankovic nella Faz, tra la Turchia e l’Europa e in modo particolare la Germania, in cui vivono moltissimi turchi e che è l’economia politica più forte nell’Unione europea. 

Che dire? Certamente che uno scontro di forza tra la Germania o addirittura l’Europa con la Turchia porterebbe a squilibri politici e forse anche militari pericolosissimi, per cui sarebbe consigliabile per tutti seguire l’appello all'”accortezza” del premier turco Yildirim, che corrisponde all’atteggiamento politico generale della cancelliera tedesca Angela Merkel.

Ciò ovviamente non significa che ci si debba impaurire perché a Erdogan non piacciono le poesie oltraggiose di alcuni personaggi televisivi tedeschi, o – cosa ben più grave – per la detenzione di giornalisti tedeschi e turchi (per esempio Deniz Yücel) o di chi difende i diritti dell’uomo, per esempio il tedesco Peter Steudtner, contro il cui arresto in Turchia ha protestato qualche giorno fa anche la cancelliera Merkel. Ciò non significa neppure che non si possa dibattere a livello pubblico il processo di superamento politico del kemalismo, l’ideologia del fondatore dello stato contemporaneo turco Mustafa Kemal “Atatürk”, che per quanto riguarda l’educazione può essere così riassunta: “islam invece che evoluzione”. Il ministro della Cultura Ismet Yilmaz ha spiegato nelle settimane scorse che i nuovi programmi di studio nella scuola non prevedono più l’insegnamento dell’evoluzione di Darwin (questa si potrà imparare anche all’università), ma del significato della jihad. Questa farebbe parte della “nostra religione”, ha detto il ministro, e sarebbe un contributo per la pace e un servizio per la società turca. 

Anche la riforma dell’esercito si muove nel senso del superamento della laicità dello stato, che prevedeva nelle accademie militari la dottrina per la quale il militare è superiore ai politici eletti. Con la nuova riforma dell’esercito invece si vuole educare i giovani a una sottomissione dei militari al “pio islamico” Erdogan. 

San Paolo dice che “quando sono debole è allora che sono forte”: una politica “debole” in questo senso farà bene a percorrere vie diplomatiche per la risoluzione del contrasto. Ciò però non significa rinunciare a quella forma di “debolezza” propria alla cultura democratica che è la priorità del “discorso pubblico” su tutti i problemi in gioco invece che una gara alla polemica e all’insulto reciproco. Noi stiamo con Platone, che pensava che la giustizia è servizio alla comunità, e non con Trasimaco, che la definisce come l’utile del più forte. E questo è vero anche se, nello scontro tra il mondo economico tedesco e la Turchia, quest’ultima – come fa sapere lo Spiegel onlinesembra aver ceduto e ritirato in modo formale la lista, spedita il maggio scorso attraverso l’Interpol a Berlino, in cui si accusavano 681 aziende e persone di sostenere terroristi. L’altro giorno il ministro dell’Interno turco Süleyman Suylu ha telefonato al suo collega tedesco, Thomas de Maizière, parlando in tono molto cauto di “malinteso”.   





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