DIARIO ARGENTINA/ La pizza che spiega la falsa cucina italiana

- Arturo Illia

ARTURO ILLIA prende spunto da un articolo di Paolo Annoni pubblicato su queste pagine per parlare della cucina italiana rivisitata negli altri paesi del mondo, Argentina compresa

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Celiachia

L’interessantissimo articolo di Paolo Annoni sulle “interpretazioni” del cappuccino italiano deve far riflettere per tante ragioni. La principale è che, purtroppo, manca un’azione che, al di là di essere gastronomicamente “repressiva”, porterebbe a far conoscere una realtà culturale (perché il cibo è cultura, senza dubbio) di un Paese che proprio nel settore enogastronomico ha uno dei punti forti, per non dire unici, della propria economia.

Ma andiamo per ordine: lo “scandalo” vero illustrato da Annoni è che un marchio che si vanta di essere un “fidei defensor” della gastronomia italiana venda brodaglia dietro il nome di una bevanda originale del Bel Paese. Ma qui subentra pure un fattore abbastanza strano: sebbene quando arrivano da noi i turisti stranieri apprezzino i nostri prodotti, una volta tornati nel loro Paese di origine si adattano alla brutta copia degli stessi. Negli Usa, a New York, un famoso ristorante di Venezia fu costretto a chiudere perché gli stessissimi piatti che sul Canal Grande facevano impazzire gli abitanti della Grande Mela, una volta trasferiti all’ombra della Quinta avenue non tiravano per nulla. Potenza delle atmosfere uniche dell’Italia che fungono da aperitivo?

Prendiamo un esempio più eclatante: l’Argentina. Dei 40 milioni di suoi abitanti, ben 24 hanno origini dirette o indirette italiane, quindi dovrebbe costituire una Terra gastronomicamente promessa, una succursale dello Stivale al di fuori dei suoi confini. Invece no: pure qui abbondano le interpretazioni che nulla hanno a che vedere con la Madre patria e per bere un espresso in regola, tanto per fare un esempio, dovete imporvi al barista e dettare voi le regole. Non parliamo poi della pasta o della pizza: pretendere che la prima sia al dente o che la seconda non sia un agglomerato di ingredienti in quantità industriale messi su una specie di torta diventa missione impossibile. Anzi, si verrebbe pure criticati perché ci si sentirebbe dire che così buona come da loro non si trova nemmeno in Italia. 

E qui subentrano altre ragioni a spiegazione del mistero: la nostra emigrazione, fondendosi con quelle di altre culture, ha portato a un’elaborazione dei piatti originali che si riscontra in tantissimi Paesi. Ad esempio: le pizzerie a Buenos Aires (come nel resto dell’Argentina) vennero lanciate da emigranti spagnoli, visto che gli italiani la pizza se la preparavano in casa. E così è iniziato un processo che ha portato il prodotto simbolo della nostra cucina nel mondo a elaborazioni continue che ne hanno creato un terzo che ricorda spesso solo vagamente quello originale. E che in alcune versioni è ottimo, ma dista anni luce dal capostipite.

Ho passato oltre 40 anni della mia vita in giro per il mondo e per principio ho sempre evitato di frequentare ristoranti italiani, dato che, se potevo, mi portavo tutto da casa (proprio come gli emigranti) onde evitare possibili delusioni: e poi perché “Paese che vai cucina che trovi”. Unica eccezione il Giappone, dove queste barriere cadono per la semplice ragione che, quando non hanno avuto un’esperienza diretta in Italia, i cuochi hanno studiato ed elaborato i piatti della nostra cucina anche quando Internet non esisteva. Semplicemente sottoponendo il cliente italiano a un vero e proprio terzo grado, per fortuna senza tortura, che spesso terminava con l’offerta del pranzo, dopo che il cuoco si era minuziosamente trascritto l’interrogatorio.

E non è un caso che proprio il Paese del Sol Levante abbia intrapreso una guerra di portata mondiale (senza bottoni rossi di varie dimensioni) contro gli “spacciatori” di sushi: il successo interplanetario (quasi) di questo piatto ha portato pure lì a ibridi spacciati per originali, cosa che ha portato alla creazione di un marchio di qualità che, attraverso un adesivo posto alla porta del ristorante, certifica che lo stesso rispetti i sacri codici della cucina giapponese. Si potrebbe istituire un marchio di qualità da apporre ai nostri prodotti o a quelli che rispettano le regole, oppure organizzare corsi di cucina in giro per il mondo: di certo se ne trarrebbe un grosso vantaggio sopratutto legato anche al turismo, diventato ormai il cardine della nostra economia. 

Certo è che occorrerebbe investire capitali per avere un ritorno che però sarebbe certo, ma si sa che le nozze con i fichi secchi non si possono fare. E poi se pure un marchio come Eataly, a detta del nostro Annoni, spaccia una bevanda lunga per cappuccino è proprio il caso di dirlo (gastronomicamente): siamo fritti!

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