SCENARI/ Presidenti eterni: quale differenza c’è tra Xi Jinping e Putin?

- Carl Larky

Cina e Russia hanno di nuovo i loro imperatori, in coerenza peraltro con la loro storia. L’Occidente alle critiche farebbe bene ad aggiungere anche un qualche esame di coscienza. CARL LARKY

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Xi Jinping e Vladimir Putin (LaPresse)

E così la Cina ha di nuovo un imperatore e la Russia uno zar, entrambe in coerenza con la loro storia e, ovviamente, incuranti delle censure occidentali. Tuttavia, insieme a molti punti di contatto, vi sono anche delle differenze tra i due casi.

La modifica costituzionale che ha trasformato a vita la presidenza di Xi Jinping si può considerare la ufficializzazione di una situazione già comunque esistente: un uomo solo al comando. La Cina è tuttora governata da un regime comunista e continua a seguire le procedure tipiche di tali regimi, per cui il capo assoluto del momento può essere abbattuto solo per rivolte di palazzo. L’elezione a vita di Jinping non esclude di per sé questo rischio, ma assicura tuttavia una stabilità di per sé utile al Paese, diventata una grande potenza mondiale in grado di sfidare gli Stati Uniti.

Xi Jinping, d’altro canto, si è dimostrato all’altezza del ruolo di “Grande Timoniere” in una situazione ben diversa, e forse più complicata, di quella che dovette affrontare Mao. L’attuale regime cinese sembra comunque in grado di sfruttare al massimo le nuove tecnologie se, come scrive Mauro Bottarelli, sta progettando un sistema di controllo dei propri cittadini tale da mettere in ombra il Grande Fratello orwelliano.

Vladimir Putin ha dovuto affrontare, invece di osannanti congressi di partito, elezioni che hanno coinvolto tutto il popolo russo, peraltro “facilitate” dall’assenza forzata di reali oppositori. E’ probabile che vi siano stati brogli, caso certo non unico, ma rimane il fatto che almeno un 40 per cento di russi hanno votato Putin, per convinzione o ritenendolo il male minore. Una percentuale superiore a quella ottenuta da presidenti occidentali, come per esempio il francese Macron, e anche Angela Merkel è al suo quarto mandato, pur con risultati elettorali non esaltanti. Inoltre, l’economia russa è molto meno brillante di quella cinese, anche per le sanzioni occidentali e, forse proprio per questo, Putin non ha pagato in termini elettorali la crisi economica del Paese.

Se la Cina è rimasta sotto un regime comunista, quindi di per sé estraneo al concetto occidentale di democrazia, la Russia postcomunista non è riuscita a completare la sua transizione verso questo tipo di democrazia, peraltro assente dalla sua storia. L’epiteto di “zar” usato in Occidente per censurare Putin è però del tutto inserito nella tradizione del Paese ed ha probabilmente una diversa risonanza per molti russi.

In entrambi i casi, la maggiore trasformazione è avvenuta nel sistema economico, rimasto molto accentrato ma con una consistente apertura al mercato e alla proprietà privata. Il tutto, ovviamente, sotto uno stretto controllo del potere politico, con i grandi capitalisti privati a sostegno del sistema, pena la loro estromissione e non solo dall’economia. L’atteggiamento dell’Occidente nei confronti della Cina è improntato a una cautela decisamente maggiore rispetto a quella riservata alla Russia, soggetta a reali sanzioni e non solo a minacce di attuarle. Anche i proclami di Trump sembrano diretti a preparare un più favorevole tavolo di trattativa che non a una vera e propria guerra commerciale. La Cina è un acquirente troppo importante per i titoli di Stato americani e il suo mercato troppo grande perché l’Occidente vi rinunci.

Le sanzioni contro la Russia sono giustificate con l’intervento di Mosca in Ucraina e l’annessione della Crimea, ma queste giustificazioni rischiano di suonare ipocrite paragonate all’atteggiamento verso la Cina. Sembra essere infatti dimenticata l’aggressività di Pechino e le opere di militarizzazione nel Mare Cinese del Sud e passata ormai per acquisita l’annessione del Tibet. Un pignolo potrebbe osservare che la maggioranza della popolazione in Crimea parla russo, mentre i tibetani non hanno nulla a che fare con i cinesi. Rimane comunque preoccupante che due potenze come Cina e Russia siano governate una da un regime dittatoriale comunista e l’altra da un regime quantomeno autoritario. E la preoccupazione aumenta nel vedere il Presidente della prima potenza mondiale, gli Stati Uniti, a sua volta accusato di mire dittatoriali, in aggiunta all’essere al soldo dello straniero o, addirittura, infermo di mente. Mala tempora currunt!

Un altro elemento unisce Cina e Russia: il nazionalismo o, forse meglio, l’orgoglio nazionale e la volontà di recuperare un ruolo determinante sulla scena mondiale. Entrambe identificano l’Occidente come un’entità che si oppone a questo loro disegno e per la Cina vi è anche un malcelato revanchismo per un passato dominio di tipo coloniale da parte delle potenze occidentali. Stati Uniti ed Europa vedono in tutto questo una particolarità negativa dei due Paesi, ma si potrebbe parlare di una certa difficoltà a guardare in casa propria. Sembra difficile mantenere le critiche per il nazionalismo di Putin e Xi Jinping di fronte, per esempio, allo slogan “America first” di Donald Trump e all’eccezionalismo americano dei suoi predecessori. O all’indiscusso permanere della “grandeur” francese, o al nazionalismo inglese sottostante il referendum sulla Brexit. E la strofa iniziale dell’inno nazionale tedesco recita pur sempre “Deutschland, Deutschland über alles, über alles in der Welt”, cioè: “Germania, Germania al di sopra di tutto, al di sopra di tutto nel mondo”.

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