CAOS LIBIA/ “Non solo Haftar, potrebbe anche tornare Gheddafi”

Bene la conferenza di Roma sulla Libia, però se aspettiamo quella saremo tagliati fuori, dice FAUSTO BILOSLAVO. E non è nemmeno detto che alla fine la spunti Haftar

14.09.2018 - int. Fausto Biloslavo
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Khalifa Haftar (LaPresse)

Bene la conferenza di Roma sulla Libia, però se aspettiamo quella saremo tagliati fuori, dice Fausto Biloslavo, inviato di guerra del Giornale. Per ora la tregua tra le milizie sembra reggere, ma non dobbiamo farci illusioni perché “le variabili sono moltissime: dipende da cos’hanno in mente la Francia, lo stesso Haftar, l’Egitto, le milizie. Al momento prevale un atteggiamento di attesa”. Perfino Haftar potrebbe non essere l’uomo forte definitivo, dice Biloslavo; “non è escluso che tocchi a Saif al Islam Gheddafi”.

Attesa di che cosa?

Ci sono novità. Oggi (ieri, ndr) Il parlamento di Tobruk ha approvato la legge che consente di svolgere il referendum costituzionale. L’Onu si è dichiarato favorevole alle elezioni, ma è contrario a svolgerle il 10 dicembre come vorrebbe Parigi. Serve più tempo. E’ la posizione di Roma e Washington, che hanno chiesto che si voti solo in condizioni di sicurezza. Infine c’è la conferenza di novembre voluta dall’Italia.

Non rischia di essere bruciata dall’evolversi degli eventi?

E’ chiaro che di fronte alle armi il tempo gioca sempre a sfavore. E le armi le hanno tutti, non solo Haftar, che è l’uomo più forte degli altri ma che non è attualmente in condizione, con il suo esercito, di imporsi sul resto del paese. 

Dunque non è scontato che sia lui a prevalere.

No, affatto. Non è escluso che rispunti fuori Saif al Islam Gheddafi, che da qualche parte sta meditando sul da farsi. Non dimentichiamo poi che la cosiddetta Settima brigata che ha attaccato Tripoli è composta da ex miliziani della 32esima Brigata, detta Brigata Khamis (Khamis Gheddafi, ndr). L’unica degna di questo nome del vecchio esercito del rais.

E’ stato l’Isis ad attaccare la sede della Noc a Tripoli, la compagnia petrolifera nazionale libica. Torna lo stato islamico?

L’Isis non ha più la forza che aveva ai tempi dell’attacco a Sirte, ma ci sono ancora cellule in giro, come ci sono miliziani, soprattutto nel Sud, che di tanto in tanto entrano nel mirino dei droni americani. C’è Ibrahim Jadran, signore della guerra della mezzaluna petrolifera di Sirte, finito nella lista nera dell’Onu, che vuole controllare le esportazioni di greggio… Ci sono tante partite intrecciate.

Serraj ce la farà a rimanere in piedi?

Serraj è traballante e la situazione va deteriorandosi. Ma non è tutta colpa sua. C’è crisi a tutti i livelli: non c’è lavoro, ci sono continui blackout elettrici, la gente fa la fila davanti agli sportelli delle banche. Ai libici non importa molto di Serraj, chiedono sicurezza e lavoro. Senza risolvere questi problemi qualunque governo fallirebbe. 

Quali carte ha da giocare la politica estera italiana?

I libici devono all’Eni e all’Italia se l’impianto di Mellitah funziona ancora, se ci sono una guardia costiera libica e delle forze di sicurezza, e se l’Europa ha messo mano al portafoglio. Siamo certamente il paese più coinvolto, questo tutti gli attori libici lo sanno.

Ma il nostro orizzonte qual è?

Quello di un paese unitario e della sua pacificazione. Non potrebbe essere altrimenti. Quando a Tripoli arrivò Serraj anch’io pensai, come molti altri, che sarebbero arrivati presto la disgregazione e gli staterelli, a cominciare da Misurata che già allora era una città-stato. Però alla fine i vari gruppi non hanno mai spinto fino in fondo per la secessione.

Come giudichi la gestione del dossier libico da parte dell’attuale governo?

La linea è quella tracciata dal governo precedente, con in più la fermezza sul dossier migratorio e ora il dialogo con Haftar. Ma a Tobruk bisognava andarci prima, agire più tempestivamente, perché la debolezza di Serraj era nota. Moavero aveva detto di voler andare da Haftar durante la visita al Cairo, e questo è stato prudente e opportuno, però prima di farlo è passato troppo tempo, il caos è scoppiato e l’Italia ha dovuto inseguire la situazione. Ci vorrebbe un ministro degli Esteri più tempestivo, più “Lawrence d’Arabia”.

Le cose da fare subito?

Agire, parlare con tutti gli interlocutori. Va bene preparare la conferenza, ma se aspettiamo quella saremo tagliati fuori.

(Federico Ferraù)

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