DIARIO BRASILE/ “Noi” contro “loro”: il segreto del Psol al voto di ottobre

- Adriano Gaved

La coltellata contro Jair Messias Bolsonaro, candidato del Psl alle presidenziali del Brasile del 7 ottobre, potrebbe avergli assicurato la vittoria finale. ADRIANO GAVED

Bolsonaro, presidente del Brasile Bolsonaro in campagna elettorale (LaPresse)

RIO DE JANEIRO — Quattro anni fa un incidente aereo ha fatto scomparire Eduardo Campos, candidato minoritario ma in crescita, l’altro ieri una coltellata ha cercato di farlo con Jair Messias Bolsonaro, l’outsider che si trova in testa nei sondaggi per le elezioni alla presidenza del Brasile che si terranno il prossimo 7 ottobre.

Potrebbe invece avergli assicurato la vittoria finale. Finora era dato come sicuro al secondo turno, ma in tv può apparire solo 16 secondi al giorno nell’orario elettorale, e tutti gli avversari avevano cominciato a prenderlo di mira. Adesso gli attacchi sono cessati e lui sarà la notizia principale dei tg da qui alle elezioni. Alla notizia la borsa è salita ed il dollaro è sceso, non si capisce se per la speranza della sua morte o apprezzando l’aumento delle sue chance. Intanto le sue condizioni si sono stabilizzate, la coltellata che gli ha trapassato l’intestino sfiorando un’arteria non ha leso organi vitali e la minaccia di infezione è stata scongiurata. Uscirà dall’ospedale in una settimana, in un mese potrebbe riprendere l’attività.

L’attentatore è stato iscritto per sette anni al Psol (Partido Socialismo e Liberdade), il partito di estrema sinistra che cerca di occupare lo spazio del Pt (Partido dos Trabalhadores) che non può candidare l’ex-presidente Lula, in carcere per corruzione. Sembra però che Adélio Bispo de Oliveira sia uno squilibrato che ha agito da solo, “al comando di Dio”, come ha dichiarato alla polizia.

Se non ci sono responsabilità dirette, di sicuro questo episodio è frutto della polarizzazione in cui si sta svolgendo la campagna elettorale. Bolsonaro col 22% è primo nelle intenzioni di voto e con il 44% è primo nella “rejection”. Ex militare, a favore delle armi, contro l’ideologia gender, invocando la tortura ed elogiando la dittatura ha sempre fatto parlare molto di sé. L’ultima volta — prima dell’attentato — quando in un comizio ha insegnato ad un bambino come imitare una pistola con la mano. Dopo 4 anni di dissesto politico per la corruzione e l’impeachment di Dilma, la sua candidatura ha coagulato a destra l’opposizione contro il sistema ed il Pt.

Dall’altro lato il Pt sta insistendo nel dichiarare candidato Lula, nonostante le varie e scontate sentenze giudiziarie che lo dichiarano ineleggibile in quanto condannato in via definitiva. Il Pt lo dipinge — nazionalmente e internazionalmente — come vittima, punito per aver osato sfidare i poteri forti. Il vero crimine è stato aver portato il paese alla bancarotta insistendo in una politica distributiva al di là delle possibilità, una volta che le materie prime erano caduti ai minimi storici. Candidarlo alimenta l’indignazione dei militanti e — anche qui — garantisce spazio sui media per tirare la volata al numero due, Fernando Haddad. Il prezzo è una società sempre più divisa in “noi” e “loro”.

Le elezioni le ha sempre vinte chi occupava il centro. Non più. Brexit, Trump, Italia… ora sono premiati gli estremi. La stessa cosa sembra stia accadendo in Brasile. Si cambia un sistema immobile per uno polarizzato e quindi instabile: si ottiene movimento, non si sa se progresso.





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