DALL’ARGENTINA/ Padre Pepe: qui, tra i poveri, Cristo risorto è esperienza di vita

“I poveri che hanno fede sono quelli che capiscono di più la Pasqua” dice padre Pepe di Paola, una vita nelle villas miserias di Buenos Aires

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Padre Pepe di Paola con il card. Jorge Mario Bergoglio a Buenos Aires. La foto è tratta dalla copertina del libro di Silvina Premat, Preti dalla fine del mondo, Emi 2014

Padre Pepe di Paola arrivò sei anni fa alla “villa” Cárcova, il quartiere povero alla periferia di Buenos Aires, dopo due anni di esilio in una città dell’interno, Santiago del Estero. Dovette andarsene, infatti, dalla sua precedente destinazione, la “Villa 21” (un altro quartiere povero della periferia), per le minacce di morte che aveva ricevuto dai narcotrafficanti. Ci accoglie nella parrocchia del Miracolo, quella che lui chiama “Cattedrale” in confronto alle numerose cappelle erette nelle povere baraccopoli che la circondano e nelle cui strade lo Stato ha rinunciato ad essere presente.

I curas villeros, i sacerdoti che operano in questi quartieri poveri, insieme alla fede popolare che lì si incontra, costituiscono il principio di civiltà che si oppone alla violenza. Pepe ha 57 anni e il suo aspetto è gioviale, aiutato dalla sua “criniera” di capelli e dal suo abbigliamento: camicia larga, fuori dai pantaloni. Ha il sorriso facile, i suoi occhi sono verdi e sprizzano intelligenza. Si vede che gli piace stare con la gente, saluta le persone, discorre con loro. Entriamo nel suo studio per poter parlare da soli. È un posto senza finestre con pareti di cemento, con solo un tavolo pieno di carte e cianfrusaglie, due sedie e un paio di scaffali. Uno scenario che esprime una vita impegnata e austera.

Mi ha molto sorpreso l’unità che si vive nella villa, tra le celebrazioni cui ho assistito e la vita concreta sulla strada.

Sì, la nostra proposta liturgica va di pari passo con l’esperienza del quartiere, non è una liturgia disincarnata ed è collegata alle modalità del quartiere. Questo aiuta molto a far sì che la Settimana Santa sia vissuta dal cattolico con più decisione. Il problema è quando le celebrazioni si limitano a un puro fatto cultuale: si invita alla conversione e via dicendo, ma questa chiamata rimane scollegata dal mondo nel quale i cristiani devono vivere.

Una specie di angelismo autoreferenziale?

Quello che ci chiede Papa Francesco è che si esca da questo piccolo mondo in cui uno vive. Tutto quello che ci circonda ci aiuta ad aprire la mente e il cuore: questa è la proposta che facciamo qui.

Quella che ci invita a comprendere il Papa nel suo messaggio di Quaresima, quando cita san Paolo dicendo: “La creazione, in attesa, sta guardando alla manifestazione dei figli di Dio”? (Rm 8,19)

Nel mio quartiere c’è molta violenza, molta droga e disoccupazione. La nostra vita e la nostra preghiera portano la speranza che le persone trovino lavoro e abbandonino la droga, sviluppando appieno le proprie capacità. Questo è ciò che Dio ha nel Suo cuore e nella Sua mente per ciascuno di noi quando ci crea. Noi, grazie a Gesù e alla Chiesa, sogniamo che si ristabilisca questo vincolo armonioso tra gli esseri umani e le capacità che Dio ha donato a ciascuno dei Suoi figli.

È possibile documentare questa Pasqua nelle villas, dove è tanto presente la violenza?

Sì. In cose semplici. Ci sono molti bambini che adesso studiano, ma che, quando iniziammo qui nella parrocchia, sei anni fa, non andavano a scuola. Così, vi erano bambini che vivevano sulla strada e che oggi stanno nella loro casa perché si è formalizzata una coppia o sono passati per un centro di recupero, o che vivono in una casa con altri ragazzi salvati dal consumo di droga. Ci sono anche gruppi di adulti che sono soli e che sono sostenuti dalla comunità, che dà loro forza e fa scoprire a ciascuno le proprie possibilità. Qui vi sono moltissimi esempi simili, con nomi ben precisi.

In tutte le cappelle della villa i fedeli sono poveri. Che guadagno rappresenta il povero nell’evangelizzazione?

Il povero ha una funzione fondamentale. Nel documento di Puebla, del 1979, si parla chiaramente per l’America Latina di scelta preferenziale per i poveri. Il povero ci porta a staccarci dal nostro benessere, ci mette nel mondo reale. Non ci lascia rifugiare nella nostra bolla di modi di fare corretti, di come devono essere ed essere fatte le cose, eccetera. Il povero viene con un mucchio di ferite, di vizi, con la droga, senza studi…

Quindi, il suo unico ruolo è quello di destabilizzarci?

No, il povero, in più, molte volte porta nella sua umiltà e semplicità molti dei valori del Vangelo. Noi parliamo di una fede popolare. C’è gente nostra che vive un cattolicesimo con un’origine poco ecclesiastica, trasmessa di padre in figlio. È successo in molti villaggi dell’interno dell’Argentina e particolarmente in Paraguay. Perciò hanno un legame molto forte con ciò che è religioso, con Dio e con la Chiesa.

Da quello che dici, sembrerebbe che la secolarizzazione non sia arrivata nelle vostre classi popolari.

La secolarizzazione e il laicismo sono una cosa europea. Nella capitale, Buenos Aires, si sono abbandonate le radici, ma questo non passa nell’interno del Paese, dove sono stato parroco per due anni, o tra molti che vivono nelle villas. Le classi medie sono molto più manipolabili, credono molto di più a quello che dice la televisione egemonizzata dal potere. C’è più autenticità nelle classi umili. I poveri che hanno fede sono quelli che più capiscono la Pasqua. Cristo risuscitato è esperienza quotidiana nella loro vita.

La Pasqua e il Vangelo sono più facili da capire per il povero. Tuttavia, c’è sempre la tentazione di pensare che il povero sia più incline a una religione intesa come “oppio del popolo”.

I credenti poveri sono molto più realisti. Faccio un esempio attuale in Argentina, l’aborto. Il primo argomento dei suoi sostenitori fu che le classi più sfavorite chiedevano l’aborto. Tuttavia, noi viviamo con i poveri e non abbiamo mai sentito una richiesta simile: quello che chiedono è la salute, perché vanno in ospedale e non sono assistiti, un lavoro, perché non ce l’hanno, o sicurezza, o da mangiare, o di avere una fognatura, o una rete di acqua potabile. Per questo l’intellettualismo in favore dell’aborto è qualcosa di stravagante che si predica nelle università, anche con veemenza, e che è finanziato dal di fuori con molto denaro.

A cosa ti riferisci quando dici “dal di fuori”?

Il tema dell’aborto ha l’obiettivo di ridurre la popolazione, è la condizione posta dal Fmi per continuare a darci finanziamenti. Macri ha appena ricevuto 200 milioni di dollari per incrementare le politiche di gender, ma non ha ricevuto neppure un peso per pagare il personale negli ospedali o per il recupero dalla droga.

Soldi, quindi, che non aiutano i più bisognosi e la loro Pasqua.

No, sono soldi che cancellano ciò che chiedono o ciò di cui hanno bisogno i poveri, sempre più numerosi. Il governo cerca di distrarre dall’essenziale introducendo nell’agenda discussioni che producono divisioni. In Argentina non abbiamo problemi con razza o nazionalità e il modo che hanno trovato per seminare divisione è l’introduzione del dibattito sull’aborto. Noi siamo in favore di molte politiche di genere, specialmente per difendere e proteggere l’uguaglianza della donna con l’uomo, ma certamente non con l’aborto.

(Jorge Martínez Lucena)

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