EUROPEE/ No al 3% di Meloni, cosa c’è dietro lo stop di FI e Lega

- Antonio Fanna

Ieri Lega e FI hanno detto no all'ipotesi dei verdi, fatta propria anche da Meloni e Renzi, di abbassare la soglia di sbarramento alle europee dal 4 al 3%

sondaggi Da sin.: Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Antonio Tajani (LaPresse)

Polemica di tarda estate sulla legge elettorale per le europee 2024, un sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento al 4%. A innescare le discussioni sono stati i verdi, che hanno proposto di abbassare lo sbarramento al 3%, uniformandolo con quello in vigore per il Parlamento italiano nella quota proporzionale. Il nuovo sistema agevolerebbe i partiti minori, per i quali sarebbe più facile ottenere una rappresentanza a Strasburgo. Ma paradossalmente potrebbe favorire anche il partito leader, cioè Fratelli d’Italia: le simulazioni dicono infatti che a cedere seggi alle micro formazioni sarebbero soprattutto i partiti di seconda fascia, come Pd e 5 Stelle. E infatti Fratelli d’Italia è tra i più apertamente favorevoli alla novità, assieme a Matteo Renzi, che si prepara a scendere in campo con una lista che fin dal nuovo nome punta a raccogliere i voti del centro.

Proprio l’asse Meloni-Renzi attorno a quel minuscolo 1% da limare è quello che più accende gli animi. Esso infatti è visto come la prova generale di un accordo più ampio sulle riforme istituzionali, in particolare sul premierato tanto caro alla Meloni: un rafforzamento dei poteri del presidente del Consiglio già prefigurato dai cambiamenti della Costituzione proposti quando Renzi era a Palazzo Chigi (e che furono bocciati dagli italiani nel referendum confermativo). Dopo la svolta atlantista, ora la prospettiva di un capo del governo più forte darebbe maggiore sostanza alle ambizioni della Meloni di essere alla guida della sospirata “democrazia decidente” e di avere peso in Europa, tanto più che l’appoggio di una forza centrista come quella di Renzi conferirebbe all’operazione l’appeal della piena agibilità democratica.

Questo disegno presupporrebbe una maggioranza compatta. Ma non è così. E per la Meloni è un problema, visto che in Parlamento gli eventuali voti di Renzi e dei partiti minori della sinistra (anch’essi beneficiati da una soglia di sbarramento più abbordabile) non arriveranno mai a sostituire quelli degli alleati. Dunque, Lega e Forza Italia hanno preso le distanze. Il motivo sostanziale, non privo di fondamento, è che l’abbassamento della soglia aumenterebbe la frammentazione del quadro politico. In un comunicato ufficiale, la Lega è stata molto chiara. Più partiti all’Europarlamento, più divisioni. Che andrebbero ad aggiungere ulteriori motivi di contrasto tra le coalizioni, già scosse dal fatto che secondo il sistema elettorale delle europee ogni partito deve correre per sé, senza coalizioni ma al massimo “listoni” in grado di superare il limite minimo di voti.

Ma dietro alla chiusura di Antonio Tajani e Matteo Salvini c’è anche un motivo non detto apertamente. Il “no” al 3% ribassato della Meloni è un “no” anche al suo patto con la mina vagante chiamata Renzi, e di conseguenza anche al premierato venato di autoritarismo che sta tanto a cuore a Fratelli d’Italia. La Lega, in particolare, ha sempre usato le ipotesi di riforme costituzionali per strappare qualche concessione sull’autonomia differenziata. Ma l’obiettivo si allontana di mese in mese. E se lo scambio premierato/autonomia sfumasse del tutto, il partito di Salvini avrebbe le mani più libere per non fare sconti alle ambizioni di Giorgia Meloni.

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