Evusheld, mix anticorpi monoclonali anti Covid, non utilizzato/ 900 somministrazioni

- Chiara Ferrara

Evusheld, il mix di anticorpi monoclonali anti Covid prodotto da AstraZeneca, non è stato praticamente mai utilizzato in Italia nonostante l’ok dell’Aifa

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Anticorpi monoclonali al Covid Hospital San Giuseppe di Albano (Foto: LaPresse)

Evusheld è un mix di anticorpi monoclonali prodotto da AstraZeneca contro il Covid-19: la somministrazione è stata autorizzata dall’Aifa per i soggetti fragili con più di 12 anni (nel caso in cui non possano vaccinarsi oppure non abbiano una risposta immunitaria soddisfacente a seguito del vaccino), ma finora il farmaco non è stato praticamente mai utilizzato. Le dosi somministrate, come riportato dal Corriere della Sera, sono state meno di 900 a fronte di una disponibilità di 20 mila. Le Regioni, nonostante le avessero a disposizione, non ne hanno usufruito.

Il motivo, secondo quanto spiegato da Giovanna Scroccaro della Direzione Farmaceutico, protesica, dispositivi medici del Veneto, “sta nel fatto che l’avvio delle somministrazioni ha coinciso con l’avvio della quarta dose del vaccino Covid”. Inoltre per accedere al trattamento il paziente deve presentare un test sierologico negativo e in caso di vaccinazione devono trascorrere almeno due settimane. Gli esperti concordano però sulla necessità di ampliare l’utilizzo.

Evusheld, mix anticorpi monoclonali anti Covid, non utilizzato: come funziona il farmaco AstraZeneca

Evusheld, il mix di anticorpi monoclonali anti Covid-19 prodotto da AstraZeneca, come riportato dal Corriere della Sera, riduce del 77% il rischio di sviluppare sintomi e protegge fino ad almeno 6 mesi dalla somministrazione. Il farmaco è composto dagli anticorpi monoclonali tixagevimab e cilgavimab, che sono in grado di legarsi alla proteina Spike in due siti differenti e di impedire l’accesso del virus nelle cellule.

In Italia sono circa 150 mila i pazienti fragili che possono ricevere il trattamento. Si tratta di quelle persone che restano a rischio perché non possono vaccinarsi o perché immunocompromessi. “In particolare i pazienti trapiantati, con patologie onco-ematologiche, in trattamento chemioterapico attivo”, ha spiegato Giovanni Di Perri, professore ordinario di Malattie Infettive all’Università di Torino. “In queste categorie è necessaria una protezione supplementare al vaccino, anche considerando le basse percentuali di adesione alla quarta dose”.







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