Fabrizio De Andrè/ Un artista eterno, “anarchico e grande poeta”

- Emanuela Longo

Fabrizio De Andrè torna stasera tra i protagonisti di Techetechetè: la sua arte indimenticata, poeta ed anarchico al tempo stesso

Fabrizio De André
Fabrizio De André, foto da Twitter (2019)

L’indimenticato cantautore Fabrizio De Andrè torna ad essere anche questa sera protagonista della nuova puntata di Techetechetè, dopo l’omaggio a lui riservato solo qualche settimana fa. Nato a Genova nel 1940, Faber – appellativo che gli attribuì l’amico Paolo Villaggio – si è spento all’età di 59 anni lasciandoci in eredità un repertorio incredibile di capolavori. Per quaranta anni De Andrè si è dedicato totalmente alla sua attività artistica anche molto proficua che lo portò a pubblicare ben quattordici album in studio ed alcuni singoli. Gli emarginati, i ribelli e le prostitute furono al centro delle storie narrate e trasformate in vere e proprie poesie e non è un caso se infatti le ritroviamo oggi in varie antologie scolastiche di letteratura. Degno rappresentante della Scuola Genovese (insieme ad altri nomi del calibro di Bruno Lauzi, Gino Paoli, Umberto Bindi e Luigi Tenco), Fabrizio De Andrè ha rappresentato uno dei maggiori artisti ad essere acclamati anche dopo la morte al punto da essere stati dedicati a lui parchi, teatri, vie e piazze. Grande importanza ha sempre dato alla lingua ligure facendo prevalere anche le sue idee anarchiche e pacifiste. Ancora oggi, si rinnovano gli omaggi a lui dedicati non solo televisivamente parlando ma anche in occasione di varie manifestazioni in tutta Italia.

FABRIZIO DE ANDRÈ, “PECORA NERA” DELLA FAMIGLIA E GRANDE POETA

Fabrizio De Andrè ci lasciò la notte dell’11 gennaio a Milano, stroncato da un tumore. Da quel momento, Faber divenne ancora di più simbolo d’Italia, come emerse dalle parole della sua stessa famiglia che, dopo la notizia della morte e nell’annunciare i funerali che si sarebbero tenuti a Genova spiegò: “Fabrizio appartiene non solo alla famiglia, ma a tutti quelli che lo hanno amato”. Dopo la sua scomparsa, il grande amico sin dall’infanzia, Paolo Villaggio, lo volle ricordare con poche ma importanti parole: “Era intelligente, geniale, allegro, spiritoso, squinternato, un po’ vanitoso, snob: non era triste, come voleva l’immagine pubblica che gli avevano dipinto addosso. Era un anarchico, grande poeta”. Un’amicizia, la loro, nata sin dalla tenera età e che poi si era andata consolidandosi nel corso degli anni anche in virtù di una “comunanza ideale e caratteriale”. I due, infatti, si definivano caratterialmente simili, “eravamo tutti e due squinternati, entrambi ‘pecore nere’ delle rispettive famiglie”. Pur avendo iniziato insieme a lavorare, negli anni i due non si persero mai realmente di vista.



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