L’io non fallisce mai

- La Redazione

Dal fallimento alla rinascita, grazie alla consapevolezza che non siamo definiti dagli insuccessi che subiamo. L’intervento di Marco Notari all’Assemblea della Cdo

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Foto Imagoeconomica

Pubblichiamo di seguito la testimonianza di Marco Notari, un imprenditore intervenuto all’Assemblea generale della Cdo, “Sulla strada della libertà”, ieri, domenica 20 ottobre.

Mi chiamo Marco e sono un “ex Torinese”. Da 2 mesi vivo in provincia di Milano e la mia è la storia di un imprenditore la cui impresa è stata falciata dalla crisi.

Vi volevo raccontare la mia storia che inizia nel 1990, quando – era Settembre – comincio a lavorare. Dopo otto anni di lavoro entro in Saroglia, azienda che produce macchinari per la stampa e il Converting, come responsabile della produzione, ed imparo a conoscere prodotto e tutti i processi legati alla produzione.

Nel Gennaio del 2002 passo al settore commerciale. In quell’anno entrano sul mercato europeo due aziende Cinesi che ci hanno “clonato” i macchinari e la situazione non è delle più semplici, ma tutto quanto si trasforma presto in un’occasione per ridefinire strategie ormai cristallizzate in abitudini da diversi anni, diventa cioè occasione di crescita.

Nel 2004 arrivo a prendere in mano l’intera azienda e riusciamo a entrare nuovamente nel mercato USA da cui eravamo stati estromessi dai cinesi, offrendo prodotti di alta qualità e organizzando un servizio post vendita di grande efficacia. Nel 2006, infine, arrivo a rilevare tutte le quote dell’azienda.

I due anni che seguonosono anni bellissimi: 23 persone impiegate, fatturato raddoppiato, ridefinizione dei nostri prodotti tradizionali e delle loro modalità produttive, lancio sul mercato di due linee di prodotto completamente nuove. Nel 2007 arriviamo a partecipare alle principali fiere di settore a livello internazionale.

Poi arriva il 2008. All’inizio sembra ancora meglio dell’anno precente con un numero di trattative aperte pari a quelle fatte nell’intero 2007. Eppure tutto di li a poco sarebbe crollato. Siamo a Giugno e la DRUPA, la principale fiera del settore che si tiene a Dusseldorf, blocca le vendite nei due mesi precedenti, nulla di grave per quanto era previsto. Invece il mese successivo non arrivano ordini e dopo l’estate scoppia il caos. Nessuno ordina più e la richiesta dei ricambi cala del 90%.

Alla fine del 2009 decidiamo di chiedere il concordato preventivo, la cassa integrazione non era sufficiente e gli oneri per i pesanti investimenti non lasciavano scampo. A luglio 2010 siamo costretti a dichiarare fallimento. E nell’ottobre del 2010 inizio un nuovo lavoro, alla cooperativa “il carro” di Paullo.

Quello che mi interessa raccontare è del periodo che parte dalla decisione di chiedere il concordato in poi, perchè è stato solo in quel momento che mi sono reso conto di quanto fossi attaccato e di quanto mi piacesse il mio lavoro. Di quanto, per me, fosse importante la mia azienda. Ero passato dall’imprenditore del rilancio dell’azienda a quello da evitare, a chi ne aveva provocato il fallimento. Tutti erano furiosi: dipendenti, parenti implicati nell’azienda, fornitori. A questo si aggiungevano i naturali problemi economici. Sono stato quasi 2 anni senza percepire uno stipendio.

Ricordo quel periodo perfettamente, il grandissimo strappo, il dolore di dover demolire programmaticamente tutto quello che era stato costruito in anni di lavoro, oltre  all’impatto durissimo con l’ambiente del tribunale.

Nonostante questo, un giorno il commissario giudiziale scendendo le scale del tribunale di Torino mi ha detto, «è la prima volta che incontro un imprenditore che nella sua situazione è così sereno».

Solo in quel momento, mi sono accorto veramente di me stesso, di ciò che in fondo mi aveva realmente “definito” e non solo in quel periodo, ma anche negli anni precedenti: era lo sguardo di alcune persone.
Mia moglie Silvia, e poi Monica, Paolo, Pietro; con una stima che non nasceva dal successo che potevo ottenere in ciò che facevo, ma che era legata a me e alla mia irriducibilità al successo o all’insuccesso, che si esprimeva anche in un impeto che non veniva meno.
Questo sguardo entrava nel merito di tutto, nelle questioni economiche di strategia e nei rapporti, e mi impediva di perdermi nei miei pensieri, rilanciandomi nell’affrontare la realtà quotidiana pieno di uno strano coraggio. E, affrontando la realtà, mi accorgevo di non venir meno e che continuamente emergevano fattori e rapporti inaspettati a cui ero in grado di stare di fronte.

Adesso dirigo Il Carro una cooperativa sociale della Bassa milanese; si tratta di un lavoro completamente nuovo, ogni giorno è una scoperta, un confronto con situazioni nuove.

La cosa che maggiormente mi stupisce è come tutto quello che sono, la mia creatività, il mio impeto lavorativo, le mie competenze non siano andate perse, ma che stiano acquisendo una fisionomia nuova e inaspettata.

E’, a partire da questa esperienza di irriducibile positività che posso dire che a fallire è stata solo la mia azienda e non io.

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