FINANZA E POLITICA/ Alla Borsa “sovrana” serve una strategia

- Nicola Berti

Il Governo accelera nel processo di auto-attribuzione di “golden power” su Borsa Italiana. Quali le ragioni di questa mossa?

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Piazza Affari (Lapresse)

Il Governo accelera nel processo di auto-attribuzione di “golden power” su Borsa Italiana. È un passo in parte atteso soprattutto dopo il recente sollecito da parte del presidente della Consob, Paolo Savona. La pandemia ha accentuato ovunque dinamiche sovraniste e rinazionalizzatorie in economia: anche – paradossalmente – in un’Italia che pure a metà 2019 ha ribaltato la maggioranza di governo al fine di espellerne la Lega. 

I fari sugli assetti proprietari della Borsa italiana erano accesi, in ogni caso, già da prima dell’emergenza Covid. La maturazione politica di Brexit – anche se non ancora formalizzata da un deal fra Londra e l’Ue – aveva già sollevato interrogativi sul futuro di Piazza Affari: controllata da oltre un decennio dal London Stock Exchange.  La società-mercato di Milano è già quindi – nei fatti – un’entità offshore rispetto all’Unione europea: benché la vigilanza spetti tuttora a Consob a livello nazionale e all’Esma su scala comunitaria. Ancora e soprattutto: lo stesso LSE è in procinto di fondersi con Refinitiv: un gigante Usa delle infrastrutture finanziarie (dati e trading) controllato dal mega-gestore Blackstone e da ThomsonReuters, player globale dell’informazione di mercato. 

Non c’è da stupirsi se il Mef abbia ha aperto il dossier Borsa italiana, pre-estendendo un cordone protettivo, che garantisca allo Stato voce in capitolo riguardo il futuro della società piattaforma (alla quale fa capo tra l’altro il Mercato Telematico Secondario dei titoli di Stato). Questo premesso è evidente che il “golden power” di per sé non risolve nessuna delle problematiche strategiche: sia sul versante della Borsa italiana, sia su quello, più rilevante ancora, delle relazioni complesse fra Azienda-Italia (all’interno della Ue) e mercati dei capitali largamente globalizzati.

Borsa Italiana – privatizzata alla fine degli anni ’90 e infine ceduta dalle grandi banche italiane a Londra, con la moral suasion dell’allora governatore Bankitalia, Mario Draghi – è una struttura in concorrenza con numerose altre su un mercato specifico che è appunto quello delle piattaforme di trading. Ridare profilo a una dimensione pubblica/nazionale rientra nello “spirito del tempo”: abbastanza trasversale fra Paesi non meno che negli schieramenti politici nazionali. Ma le stesse incognite che si nascondono nei tentativi di ripubblicizzazione della rete tlc o di quella autostradale in Italia, non risparmiano la Borsa: perché lo Stato dovrebbe/vorrebbe riattirare la negoziazione di “securities” nella sua orbita proprietaria?

Una risposta immediata guarda presumibilmente alla volontà del Governo di recuperare la disponibilità della Borsa Italiana come carta da giocare sul tavolo del ridisegno della governance finanziaria europea (tra la francese Euronext e la tedesca Deutsche Boerse). Su un orizzonte più ampio – delineato anche durante la giornata annuale Consob a Milano – spiccano i 1.400 miliardi di liquidità parcheggiati dagli italiani presso il sistema bancario: risorsa preziosa per l’Azienda-Paese atterrata dal Covid. E in un’economia di mercato questo giacimento di risparmi e capitali anderebbe scongelato e orientato verso quegli investimenti produttivi – pubblici e privati – che si profilano come la leva più efficace per la “recovery”. Ma l’efficienza-efficacia della Borsa Italiana nel canalizzare i surplus finanziari del Paese verso il sistema produttivo sono una questione aperta da almeno trent’anni: da quando le grandi privatizzazioni nazionali, il consolidamento di molti settori e l’avvicinamento all’euro avevano come corollario atteso lo sviluppo di un importante mercato azionario e obbligazionario utile a finanziarie le aziende italiane.

Il processo è andato in porto solo in parte: il listino non è mai diventato un volano finanziario strutturale per lo sviluppo. Ben vengano i “golden power” su Borsa italiana se saranno il pretesto concreto per ripensare in termini strategici i meccanismi di intermediazione di capitali “Italia su Italia”: a fianco del sistema bancario e dell’avvento di Cdp come braccio (temporaneo) del Tesoro nelle imprese.

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