FINANZA E POLITICA/ Le verità scomode su Legge di bilancio e Recovery fund

- int. Guido Gentili

Le parole di Conte nel fine settimana tradiscono nervosismo. Intanto si riaccendono i riflettori sulla Legge di bilancio a fini elettorali

proroga stato di emergenza
Giuseppe Conte al Consiglio Europeo (Lapresse)

Giuseppe Conte ha firmato ieri un nuovo Dpcm sulla cosiddetta fase 3, contenente anche alcune novità sul fronte dei trasporti e della scuola. Per il Premier non sembra essere comunque un momento facile. Hanno fatto discutere le sue dichiarazioni nel fine settimana su Mario Draghi e a Guido Gentili, editorialista del Sole 24 Ore, sono sembrate «non solo una caduta di stile dal punto di vista formale, ma anche la spia di una tensione sotto traccia che evidentemente, Draghi o non Draghi, il presidente del Consiglio avverte».

Conte si sente meno sicuro della sua permanenza a palazzo Chigi?

Non dobbiamo dimenticare che queste dichiarazioni sono arrivate dopo una fase abbastanza lunga di silenzio piuttosto insolito rispetto a quanto Conte ci aveva abituati nelle settimane scorse. A me sono parse dettate da una sorta di nervosismo. Forse sente la pressione sia per dossier e partite complicate che il Governo è chiamato a gestire in questa fase, sia per l’incertezza dovuta al risultato delle elezioni regionali che può incidere sulla maggioranza che lo sostiene.

Il voto è quindi più determinante di quanto immaginassimo nelle scorse settimane?

Certo. Può mutare l’assetto della maggioranza e del Governo. Infatti, si parla già di possibile “tagliando”, di rimpasto. Insomma, le solite formule che indicano una situazione assolutamente incerta.

Questo nervosismo può portare Conte a commettere dei passi falsi?

Beh, io vedo già nel modo con cui è avvenuto questo suo ritorno sulla scena mediatica dopo una fase abbastanza lunga di silenzio un passo falso. Mi sembra che la situazione per lui non sia facile. Non dimentichiamo che il Governo affronta anche il test della riapertura delle scuole. Nonostante Conte abbia dimostrato di saper gestire anche situazioni complesse in momenti difficili, adesso la strada si sta facendo stretta e se dovesse fare altre uscite di questo tipo si troverebbe di fronte a un problema serio.

Nel fine settimana abbiamo ascoltato nuovi segnali di ottimismo sull’andamento dell’economia da parte del ministro Gualtieri. Poche ora prima il Governatore della Banca d’Italia aveva però dato una lettura diversa della situazione…

Visco si è mosso su una linea che ci riporta anche al senso dell’intervento di Draghi al Meeting di Rimini, con uno sguardo un po’ più lungo su quelli che sono i problemi dell’Italia, che non solo non cresce da molti anni, ma che in alcuni settori, come istruzione e formazione professionale, è molto indietro e deve recuperare parecchio terreno. Gualtieri gioca una partita, non da adesso, ma già da quando sono usciti i dati sul Pil del primo trimestre, contraddistinta dall’ottimismo sui risultati dell’economia. C’è da augurarsi che abbia ragione, ma al di là di quello che può essere il rimbalzo tecnico, più positivo delle previsioni, rimane un problema gigantesco di fondo per il Paese.

Quale?

Ancora prima della pandemia, l’Italia, unico Paese in Europa, non aveva ancora recuperato i livelli di reddito medio disponibile precedenti la crisi del 2008. Un piccolo miglioramento congiunturale rispetto a una previsione sul Pil, come quello che intravede Gualtieri, nella situazione in cui è l’Italia rischia di essere una goccia nel mare.

Cosa ne pensa invece delle dichiarazioni che ci sono state sulla Legge di bilancio e sul Recovery plan che il Governo sta approntando?

Innanzitutto c’è da dire che fino a pochi giorni fa sembrava che l’Italia avrebbe presentato il Recovery plan, o quanto meno il suo impianto fondamentale, a metà ottobre insieme alla Legge di bilancio. In realtà, ascoltando sia gli interventi di Conte che di Gualtieri di questi giorni, è emerso che non avremo l’impianto del Recovery plan il 15 ottobre, perché il Premier ha identificato quella data come l’inizio di una fase di interlocuzione, evidentemente con le parti sociali e i partiti, che porterà poi a mettere a punto nei dettagli il documento da presentare a Bruxelles. Cosa che, secondo il ministro dell’Economia, avverrà a gennaio. In definitiva, tutte le indicazioni sulla priorità e la rapidità con cui ci si sarebbe mossi riguardo gli investimenti del Recovery plan si stanno diluendo nel tempo, mentre sta riprendendo forza il confronto sulla Legge di bilancio, con un intervento in materia fiscale prospettato da Gualtieri.

Un intervento per il quale non si potranno usare le risorse del Recovery fund.

Sì, come ha chiarito la scorsa settimana il Commissario europeo Gentiloni nell’audizione alle commissioni Bilancio e Politiche Ue di Camera e Senato. Gualtieri ha infatti specificato che è alla ricerca di circa 10 miliardi per cominciare a finanziare una riforma fiscale. Insomma, siamo ritornati a un refrain ben noto.

Aprendo il cantiere di una Legge di bilancio che appare elettorale, visto che si parla di ridurre le tasse.

Esatto. Anche perché questo dibattito riaffiora proprio a due settimane dal voto sul referendum e sulle regionali. Sembra più finalizzato a cogliere un obiettivo di breve raggio elettorale che non a indicare effettivamente una strada per abbassare strutturalmente le tasse.

Senza dimenticare che se questa riforma si finanzia con coperture che derivano da tagli a detrazioni e deduzioni, alla fine la pressione fiscale non cambia.

Certo. Come quando si ipotizza di aumentare l’Iva per diminuire l’Irpef. Alla fine stiamo parlando di spostamenti che non incidono sulla pressione fiscale complessiva.

Come sottolineava prima, nelle scorse settimane si è parlato tanto di Recovery plan e il Governo è già all’opera per predisporlo. Tuttavia mancano ancora le linee guida della Commissione europea attese proprio entro la fine del mese. Si rischia di fare un lavoro per niente?

Questa considerazione si ricollega a un tema importante. Non dobbiamo dimenticare infatti che l’utilizzo del Recovery fund chiede il rispetto delle periodiche raccomandazioni della Commissione ai singoli Paesi, sulle quali negli scorsi l’Italia, più o meno faticosamente, è riuscita a trovare un compromesso. Questa volta non possiamo illuderci che le risorse arriveranno senza essere nei binari del rispetto di quelle che sono le osservazioni ormai storiche della Commissione europea riguardo il nostro Paese, che anzi saranno più stringenti. Non possiamo illuderci che tutto quel dibattito sui Paesi frugali, il rispetto delle regole, i debiti che vanno ripagati si sia chiuso con il Consiglio europeo di luglio: questo discorso riprenderà corpo sia con le linee guida della Commissione, sia successivamente con la verifica del rispetto delle raccomandazioni.

Anche perché il rischio non è quello di una procedura di infrazione, ma di un blocco delle erogazioni.

Sono stati previsti dei passaggi che con i quali è possibile che gli altri Paesi europei possano chiedere la verifica del rispetto dei piani concordati. Si può accendere una spia d’allarme e possono essere fermati i flussi di risorse.

Nei giorni scorsi è arrivata anche una sentenza importante della Corte di giustizia europea che va a incidere sull’assetto societario di Mediaset. Ci saranno ripercussioni politiche?

Sappiamo che da più di 20 anni tutto quel che ruota intorno a Mediaset è evidentemente un fatto politico. Dopo questa sentenza si apre la possibilità di modificare la legge Gasparri e il tema può incrociarsi con quello della rete unica dopo l’accordo tra Cdp e Tim, dove sappiamo che un importante azionista di riferimento è Vivendi. Dunque sono possibili ricadute che possono riverberarsi anche sull’atteggiamento dei partiti e delle forze politiche, tenuto conto che c’è di mezzo un settore assolutamente sensibile e strategico.

Considerando che il ministro Patuanelli ha già parlato di modifica della Legge Gasparri, pensa che questo potrà incidere sulle mosse di Forza Italia, indicata nelle scorse settimane come possibile “stampella” di Conte, specie in caso di voto sul ricorso al Mes?

Non credo che sia una cosa che può maturare in tempi brevi, perché tra due settimane ci sono le elezioni e non credo si possa imbastire fin da adesso un discorso che lega direttamente quanto è emerso dopo la sentenza europea con possibili cambiamenti legislativi. Il quadro politico è al momento sintonizzato sul risultato del voto. Solo dopo il 21 settembre si potrebbero vedere delle ricadute.

(Lorenzo Torrisi)

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