FINANZA & MEDIA/ Amazon soccorre gli edicolanti e i giornali attendono il loro Bezos

- Nicola Berti

Amazon ha stretto un accordo con una rete di edicole italiane. I grandi quotidiani intanto vivono sempre un momento non facile

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Amazon tende una mano a una categoria particolarmente disastrata di piccoli commercianti italiani: gli edicolanti. Il gigante globale dell’e-commerce ha stretto un accordo con M-Dis: le edicole aderenti al servizio Punto di ritiro di PrimaEdicola.it di M-Dis potranno fare parte del circuito degli Amazon Hub Counter. I clienti Amazon di Milano e Torino che desiderano ricevere il proprio ordine in un punto di ritiro fisico possono scegliere tra gli indirizzi della rete Amazon Hub Counter anche le edicole del circuito di PrimaEdicola.it. Dopo Milano e Torino, verranno coinvolte altre 4mila edicole. M-Dis è una joint-venture fra DeAgostini, Rcs ed Hearst.

Come sempre solo il tempo dirà quanto il passo di Amazon rientri nel marketing o in una specifica gestione logistica in Italia oppure sia una periodica operazione-simpatia, di quelle cui i colossi digitali sono sempre più obbligati dalle loro crescenti e svariate cattive fame. Amazon, non solo in Italia, è accusata principalmente di sradicare non solo migliaia di imprese e di posti di lavoro legati al retail tradizionale, ma con essi interi pezzi di civiltà sociale. In parallelo, si alternano gli annunci di apertura di grandi hub logistici generatori di jobs (l’ultimo a Napoli) e le denunce sindacali sulle condizioni di lavoro per i dipendenti.

Amazon, comunque, mostra ora di volersi impegnare a frenare la moria di edicole, proponendo loro la diversificazione come sportelli logistici del commercio digitale. La crisi dei “chioschi verdi” – presenza ultrasecolare nei paesaggi urbani italiani – è del resto conclamata da anni: a Roma le 1200 edicole indipendenti di dieci anni fa sono quasi dimezzate e non registrano più nemmeno l’interesse dei compratori cinesi, finora immancabili. In Italia le edicole registrate presso le Camere di commercio sono ridotte a 15mila (e non sono tutte attive) e si confrontano con i 41mila punti vendita di giornali operanti nel 2007 (compresi quelli della grande distribuzione organizzata). Non tutti i vecchi giornalai possono o vogliono trasformarsi in bar leggeri e multimediali.

La crisi distributiva dei giornali cartacei è naturalmente un aspetto specifico, ancorché drammatico, della più generale crisi dell’editoria giornalistica italiana. E non stupisce certo che M-Dis – l’interlocutore odierno di Amazon – abbia alle spalle Rcs: il polo italiano che, sotto la guida di Urbano Cairo, ha dato segni più evidenti di reazione imprenditoriale ai terremoti della media industry.  Il momento difficile del giornalismo in Italia resta infatti innestato essenzialmente in una dinamica di mercato di cambiamento epocale – non solo tecnologico – della domanda e dell’offerta di informazione. È il sindacato unico del giornalisti italiani – nel silenzio-assenso della federazione degli editori – che insiste nel ricercarne la causa improvvisa nella presunta illiberalità della nuova maggioranza di governo, restia agli aiuti statali pronta cassa alla “libera stampa” (giornalisti, editori e indotto). 

Negli Stati Uniti, patria della libera stampa non meno che dl libero mercato, la testata-simbolo del giornalismo indipendente nel tempo e nello spazio – il Washington Post – è stata salvata e rilanciata da Jeff Bezos: il patron di Amazon. Che ha tenuto il posto ai giornalisti, anche se ha tagliuzzato qualche prebenda di troppo nell’era digitale. Non ha certo avuto bisogno di chiedere aiuti statali a Donald Trump, che comunque non glieli avrebbe dati (è stato Barack Obama a dare sostegno pubblico a Fca non meno che alle banche ondeggianti dopo il crollo di Wall Street). A Bezos – non meno che i proprietari del New York Times – è bastato lasciare che i giornalisti del Post continuassero a fare del buon giornalismo indipendente nell’era Trump. Un prodotto che il mercato ha mostrato ancora una volta di apprezzare: naturalmente riconfezionato opportunamente in chiave digitale. 

Chissà se un giorno Bezos – o qualche suo simile – penserà di investire anche in Europa.

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