FINANZA/ Oro, la fine della tregua mette a rischio quello degli italiani

- Paolo Tanga

Il Central bank gold agreement non verrà rinnovato. Questo spingerà Bankitalia a vendere le riserve auree, che non saranno più degli italiani

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Mi chiedo: ma l’Italia è una preda? Se lo è, chi sono gli avvoltoi? Ho già trattato e dimostrato in ben due articoli pubblicati su questo quotidiano che l’oro depositato presso la Banca d’Italia era ed è di proprietà dei cittadini italiani. Grazie a una richiesta rivolta alla Bce da politici con specifici ruoli istituzionali si è consentito alla stessa di far dichiarare che le riserve auree sono riserve valutarie, pur essendo queste valori convenzionali, e perciò si è permesso di farle inquadrare come rientranti nel patrimonio della banca centrale italiana. Anche in questo caso ho puntualizzato l’assurdità di tale tesi.

Di rimando, tutti gli esponenti delle banche centrali europee hanno deciso, per la prima volta, di non rinnovare gli accordi reciproci scadenti a fine settembre che avevano posto limiti alle vendite di riserve auree delle banche dell’eurozona, favorendo così le cessioni fatte invece dalla Germania, che ha perciò beneficiato di essere l’unico Paese cedente del metallo prezioso. Ora si afferma che, poiché le quotazioni dell’oro hanno raggiunto valori superiori a 1.400 dollari l’oncia, il mercato sarebbe diventato abbastanza robusto da non poter subire riflessi negativi dalle decisioni di acquisto o di vendita delle banche centrali europee, pur essendo queste detentrici della stragrande maggioranza di oro disponibile a livello mondiale. Proprio per questo la decisione ha necessariamente una diversa motivazione: appare proprio come la risposta alle mie osservazioni, mai direttamente contestate, ma, di fatto, a ogni mia posizione le autorità hanno assunto decisioni per correre al riparo. In questo caso, liberalizzando le vendite, spingono la Banca d’Italia a capitalizzare la valutazione dell’oro facendola confluire nel proprio patrimonio, che è diventato di proprietà di organismi essenzialmente esteri e, perciò, privando i cittadini italiani pure di quella plusvalenza.

Coincidenze? Può darsi, ma i miei scritti precedono sempre decisioni importanti che consentono di compiere azioni volte a conseguire risultati a loro vantaggio rispetto alle limitazioni poste dalle mie argomentazioni. Ricordo ai lettori che nessun politico italiano ha mai detto che il trapasso dalla lira nazionale alla moneta estera euro ha direttamente comportato un minor introito nel bilancio dello Stato pari almeno all’1% dell’intera circolazione in lire creata dalla Banca d’Italia, nel mentre per la sola autorizzazione all’effettuazione di operazioni di Quantitative easing la Bce ha ottenuto 240 miliardi di euro pari all’8% delle stesse, beneficiando ulteriormente anche della loro redditività; ciò grazie alla “tangente” sull’emissione monetaria in euro pari appunto all’8% delle stesse. Ne consegue che le mancate entrate al bilancio dello Stato devono essere compensate con altre fonti di introito statale che, per effetto della dismissione del patrimonio pubblico, sono sempre più andate assottigliandosi costringendo ad aumentare la pressione fiscale. 

Non posso credere, perciò, alle favole dei politici; cominciassero a dire la verità. Ribadisco che l’unico modo per riequilibrare la situazione economica sia quello che i politici si facciano promotori di un sistema associativo che sostituisca all’euro una nuova modalità di scambio e di utilizzare gli euro liberati per prestarli allo Stato italiano a un tasso di interesse contenuto, tale da correggere il mercato speculativo, impedendo la formazione dello spread. 

Di quello che ci hanno abbondantemente sottratto con l’inganno, con la mancanza di informazione, con il distrarci, non sta a me stabilire cosa fare, l’importante per me è ripristinare la correttezza della classe politica, che ha invece attirato l’attenzione su argomenti marginali, rispetto alla grande truffa della moneta a debito emessa da strutture di proprietà privata. 

Ma se i politici non si rendono attivi, chi sarà disponibile a surrogarsi a loro per creare questo sistema associativo che rappresenta il vero toccasana? Per intanto, allora, non abbiamo il diritto di lamentarci se l’economia continua ad avere un andamento appiattito: la colpa è solo nostra perché non ci diamo abbastanza da fare. 

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