FUNERALI DI DIABOLIK/ Fabrizio Piscitelli, la morte non è una celebrazione di potere

- Edmond Dantès

Il questore ha negato i funerali pubblici a Fabrizio Piscitelli “Diabolik”. La moglie, dopo il ricorso al Tar, si è appellata al Vescovo di Roma

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Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik (LaPresse)

Diabolik, il nome di battaglia dell’ultras della Lazio Fabrizio Piscitelli ucciso a Roma qualche giorno fa, non ha pace. Funerali pubblici negati, provvedimento del questore a tutela dell’ordine pubblico che dispone orari e misure di sicurezza attorno ad un lutto che va oltre la semplice sfera privata.

In gioco ci sono giri non troppo chiari, possibili regolamenti di conti, questioni tutt’altro che chiuse. La cautela di chi ogni giorno deve proteggere la convivenza civile in seno alla comunità si scontra col legittimo dolore della moglie di Piscitelli che, per congedare con onore e pubblicamente il proprio marito, arriva a rivolgersi direttamente al Papa che di Roma è il Vescovo.

Rita Corazza aveva già provato con un ricorso al Tar nei giorni scorsi, ma ieri – visto il rifiuto della giustizia amministrativa a “liberalizzare” le esequie – ha deciso di implorare pietà al Pontefice. La pietà del Papa conosce mille rivoli per far compagnia al dolore della vedova e degli amici di Diabolik, ma neanche il Papa può permettersi di legittimare con la pubblica solennità il modo di vivere in cui Piscitelli ha trovato la morte: la Chiesa non può offrire pompe funebri a chi nei sobborghi romani è considerato un capo clan. Non perché siffatte persone non meritino rispetto, ma perché esse devono ritrovare il rispetto che si addice a una persona. Nelle parole della moglie e negli atteggiamenti degli amici si vuole celebrare il capo, il potere, la fama. Mentre davanti a Dio gli uomini portano il percorso, il vissuto, le ombre e le luci.

Chiedere di onorare Piscitelli con una celebrazione pubblica e ufficiale significa legittimare un modo di vivere e di custodire la vita che la comunità civile, e quella cristiana, non possono né riconoscere né promuovere. Il rispetto del dolore avviene nella verità, nell’umiltà, nella sobrietà di chi piange un marito, un padre, un amico. Non nella protervia di chi vorrebbe chiedere alla morte un ultimo riconoscimento di potere. Trasformando il saluto ad un amico in un avvertimento criminale, in un’opera di disumanità ammantata da un senso quasi offensivo di finta pietà. Tutte cose che Roma e la Chiesa non possono permettersi. Tutte cose che il cuore di Piscitelli, quello dell’uomo appassionato ed innamorato, non si merita. Perché si merita molto di più: il rispetto di chi sa che una vita va lasciata andare e accompagnata fino in fondo. Spogliata della gloria mortale per essere pronta all’abbraccio del Cielo.

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