IL CASO/ Milano, i rom e non solo: cosa dice Bossi delle 2mila case occupate da italiani?

- Luigi Santambrogio

Milano, il caso delle abitazioni promesse ai rom e bloccate da Maroni ovvero l’ennesima brillante operazione di una Lega «di lotta e di governo». Il commento di LUIGI SANTAMBROGIO

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Il ministro Maroni

Che tristezza questa Lega, sta diventando più comica e sbracata di Bertoldo. Una (forse) ne pensa (si fa per dire) e cento non ne fa. E quello che fa sarebbe meglio dimenticarlo subito, tanto è imbarazzante e improponibile. Lasciamo stare l’ultima farloccata di Bossi che appena votato il decreto su Roma Capitale, non resiste alla vecchia e balorda battuta sul SPQR della Lupa: “Sono Porci Questi Romani”. Deve aver trovato insostenibile, il Senatur, quel decreto che consegna una nuova paccata di soldi a Roma ladrona. Vabbè, l’Umberto è fatto così, pure lui è un politico in doppiopetto: fuori ministro, dentro agit prop e spacciatore di sogni in quel di Pontida.  

Massì, lasciamo Bossi e il suo doppio romano e diamo un’occhiata a quel che sta succedendo a Milano. Qui il centrodestra al governo del Comune si sta auto-massacrando per le ormai famose case prima promesse ai rom e poi stoppate da Maroni. Cofondatore del Carroccio e celodurista della prima ora, il ministro qualche giorno fa s’è fiondato a Milano per stoppare il sindaco Moratti e dare “la quadra” ai nomadi che s’erano messi in testa di scambiare la loro roulotte in cambio di un bilocale Aler. A gratis e con il timbro del Comune. Maroni le ha cantate chiare al sindaco Moratti, all’assessore ai Servizi sociali e pure alla Regione che avevano stipulato un patto con le associazioni del Terzo settore per assegnare gli appartamenti a quelle famiglie rom che ne avevano diritto.

Vade retro zingaro. Per Maroni e leghisti di complemento, quell’accordo era solo un furto ladrone che poteva vale anche una secessione: 25-appartamenti-25 rubati ai padani a favore di gitani fuori graduatoria e anche un po’ fuori legge. Bobo-Sarkozy ha fermato tutto e al grido “not in my name”, ha costretto lady Moratti a rimangiarsi la promessa: le case per i rom le trovino i privati, il prefetto, la Caritas, la Curia o anche Mago Zurlì ma mai e poi mai arriveranno dall’Aler. Ci sono i nativi da sistemare in casa e poi Comune di Milano e governo di Roma hanno già fatto fin troppo per gli stranieri. O no?

O sì, e lo diciamo senza ironia né malinconia. Lo stesso Maroni ha stanziato per gli immigrati a Milano 13,4 milioni di euro di cui 4 per attività sociali e abitazioni da assegnare ai rom in regola e che hanno firmato il patto di legalità. Gli appartamenti in questione, poi, erano stati classificati dall’Aler come inagibili perché lasciati in condizioni pietose dagli occupanti abusivi: dopo lo sgombero erano state messe a disposizione del Comune per le famiglie rom del Triboniano. La Regione Lombardia aveva infine autorizzato tutta l’operazione, escludendo quei 25 locali dalla graduatorie regolari. Così, a fine agosto, Aler consegnava alle associazioni del Terzo settore le chiavi dei primi 11 appartamenti, sparsi tra i quartieri più popolari di Milano. Ma dopo lo stop di Maroni neppure quelli saranno assegnati.

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Tuttavia, come già diceva Totò, è la somma che fa il totale e 25 abitazioni Aler tolte ai nomadi e restituite ai milanesi sono davvero ben cosa rispetto a quei 2000 appartamenti ancora occupati abusivamente. Da clandestini stranieri ma, e sono la maggioranza, anche da italiani puro sangue e  un tantino insofferenti a classifiche e graduatorie. Che non fanno domande né chiedono permessi: buttano giù le porte o entrano direttamente dalle finestre. Bene dunque ha fatto il ministro Maroni a stracciare il piano Moratti-Moioli. Continui così: faccia arrivare da Roma, se lo ritiene, una squadra speciale antiabusivi, una “Delta force” contro le occupazioni e il racket mafioso nelle Aler. Ci sono ancora 2000 case da restituire ai milanesi. Mica poco, vero ministro?

Il caso Milano, comunque, la dice lunga sulla recente strategia leghista. Che pare tutta impegnata a montare casi mediatici e cortine fumogene allo scopo di tranquillizzare gli elettori padani e distoglierne l’attenzione da alcuni episodi poco edificanti scoppiati in casa loro. Esempi? I milioni a Roma e, nello stesso giorno, gli insulti da porcile ai romani. Non solo: Tremonti ammazza Comuni e Regioni con i suoi tagli, mette a rischio il federalismo fiscale e il leone Bossi diventa docile agnello governativo. Salvo poi minacciare l’iradiddio alla sola ipotesi che qualche Provincia venga soppressa tanto da costringere Berlusconi a rimangiarsi la promessa di eliminare gli sprechi degli enti inutili (le Province lo sono).

E che dire dell’irriducibile giustizialismo sfoderato dai leghisti sul caso Fini? Chiedono al presidente della Camera una moralità e una coerenza politica che loro stessi paiono ormai incapaci di praticare. Proprio nelle amministrazioni locali: dall’ex governatore friuliano Ballaman col vizietto di scorazzare la famiglia con l’auto blu (shopping compreso) fino all’assessore leghista veneziano arrestato l’altro giorno con la mazzetta in mano.
Una volta i padani dicevano: “Roma ladrona, la Lega non perdona”. Oggi continuano a recitare l’incazzosa promessa, ma sono meno rigidi e più disponibili chiudere un occhio. Solo con gli iscritti al loro club, però. E questo non va troppo bene.

 

 

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