IL CASO/ Se negli Usa c’è la pena di morte è colpa di un’azienda di Liscate…

- Luigi Santambrogio

La Ong inglese Reprieve che si batte contro la pena di morte chiede di boicottare un’azienda farmaceutica del milanese. Il commento di LUIGI SANTAMBROGIO

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Immagine d'archivio

È il destino crudele e immeritato che sovente lega le cause più nobili agli scopi più bassi e inconfessabili di chi le mette in pratica. Quello non inconsueto per cui i pacifisti diventano a volte i più pericolosi nemici della pace, i buonisti del bene, i vegetariani dell’amore agli animali, i filantropi alla carità solidale.

 

Categorie diverse e variopinte di quella speciale razza arcobaleno che va sotto l’acronimo di Ong: “Organizzazioni non governative”. Tre lettere spacciate quale magico marchio di garanzia, come le bandierine blu di Legambiente: chi se ne fregia diventa per incanto al di sopra di ogni sospetto, illibato e immacolato da ogni interesse di parte e di arte.

Ma il trucco c’è e si vede: a volte, dietro certe campagne d’opinione c’è soltanto una raffinata e diabolica operazione di marketing sociale, di pubblicità progresso e autopromozione mediatica. A scopo politico e di lucro.

Un esempio? Viene dall’Inghilterra dove, ci informa il quotidiano La Repubblica, “Reprieve”, organizzazione che si batte contro la pena di morte e la tortura, ha lanciato una campagna di boicottaggio contro un’azienda italiana, accusata di foraggiare i bracci della morte delle carceri americane.

La piccola azienda si chiama “Hospira Spa”, ha sede a Liscate, nel milanese, occupa un centinaio di operai nella produzione di Sodium Thiopental, un anestetico usato in medicina e chirurgia. Secondo i militanti di “Reprieve” (significa: sospendere), la ditta italiana venderebbe l’anestetico ai 35 Stati americani che praticano la condanna capitale con l’iniezione: la sostanza serve a sedare il condannato prima dell’esecuzione. Da qui il pandemonio internazionale scatenato dai britannici e la richiesta all’Europarlamento di condannare la ditta italiana. Visto fin dove può arrivare la cattiva fede di certi improbabili paladini dei diritti inviolabili?

Vediamo: l’anestetico in questione non è usato dai boia yankee per ammazzare il condannato, semmai ad alleviare la sofferenza causata dall’iniezione letale. Poi, la sostanza non è prodotta ad hoc per le carceri americane e l’azienda italiana non offre il suo supporto nelle esecuzioni. Dunque, accusare l’azienda milanese di essere complice della barbara pratica è come processare per omicidio i produttori di coltelli da cucina perché possono essere utilizzati per uccidere. O incriminare per strage di mogli, mariti e suocere i fabbricanti di veleno per topi, efficace alla bisogna per gli umani. Infine: perché non coinvolgere nel boicottaggio anche chi fornisce le siringhe per le iniezioni letali, le acciaierie dove vengono gli aghi, le ditte di guanti in lattice e abbigliamento che offrono tutto ciò di cui ha bisogno il boia?

  

Assurdo, ma è su questa panzana che i furbetti di “Reprieve” fondano la loro guerra, con grande ritorno di immagine sulla stampa (La Repubblica l’ha messa in prima pagina la settimana scorsa). E poi, si può davvero pensare che un’azienda che dà lavoro a centinaia di persone possa sostenersi solo sulle vendite di qualche fialetta di anestetico all’anno alle galere Usa?

 

Via, cari inglesotti in cerca di fama sulla pelle dell’Italia, datevi una calmata. Se non vi va il sodium prendetevi un po’ di valium: la battaglia contro la pena di morte è cosa seria e non può essere mandata sulla sedia elettrica per uno spot di bottega.

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