J’ACCUSE/ Se il vero Pisapia viene fuori tra partigiani e repubblichini

- Luigi Santambrogio

LUIGI SANTAMBROGIO commenta il rifiuto di Pisapia di regalare pure ai “i ragazzi di Salò”, come li definì Ciampi, qualche minuto di silenzio: una posizione ideologica priva di pietà

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Giuliano Pisapia (Imagoeconomica)

Magnifica lezione d’umanità quella regalata a Milano nel giorno di Ognissanti dal cardinale Angelo Scola quando ha  ricordato che la pietà verso i defunti è il riflesso del nostro senso della vita e dice quanto l’uomo abbia a cuore la sorte dei propri simili. Parole che il sindaco di Milano, l’ex rifondarolo comunista e oggi  cromaticamente riconvertito da rosso che era al più allegro arancione, Giuliano Pisapia, dovrebbe riprendere e meditare a fondo. Per misurare magare la distanza abissale che lo separa dal suo arcivescovo, e vergognarsi per quello che ha detto davanti alle tombe dei martiri partigiani. Ma soprattutto per quel che “non” ha fatto, in nome di una presunta “verità” e giustizia imposte dalla storia.

In breve: alla cerimonia  in onore dei partigiani al campo della Gloria del cimitero Maggiore, il sindaco ha messo una pietra tombale sulla pietà e l’umana. “La pietà dovuta a tutti i caduti  non può far dimenticare i fatti, la storia e le ragioni di chi si battè per un’Italia migliore”.  Questo ha detto, rompendo con le parole, prima ancora che con i gesti, quella consuetudine che negli anni passati ha visto i suoi predecessori di centrodestra (Gabriele Albertini e Letizia Moratti) partecipare alla cerimonia dell’Anpi e subito dopo, posata la fascia tricolore, rendere omaggio anche ai repubblichini sepolti nel vicino Campo X. Pisapia no, quel piccolo segno di pietà non l’ha voluto concedere a quei giovani che morirono dalla parte sbagliata. Poi la solita retorica resistenziale a senso unico, che riserva la  santificazione   in esclusiva ai partigiani comunisti, i soli degni a portare la croce del martirio per la libertà.

Lasciamo pure stare, per rispetto verso i defunti, l’apologia di quegli eroi della libertà: qualcuno di loro, (non tutti, certo) non vedeva l’ora di portare l’Italia sotto le bandiere rosse dell’Urss di Stalin. Ma il rifiuto di Pisapia di regalare pure ai “i ragazzi di Salò”, come li definì l’ex presidente Ciampi, qualche minuto di silenzio, è davvero cosa su cui riflettere.

A volte, un gesto dice molto più di mille parole e con quel rifiuto il “pietoso” Pisapia s’è fatto docile sherpa, suo malgrado, di tutta la cattiveria e la crudeltà dell’ideologia che, peraltro, ha sempre servito con spensierata gaiezza. E poi, come può pretendere il resistente Giuliano di insegnare a vivi e morti cos’è la pietà umana e il “battersi per un’Italia migliore” se mai s’è, non pretendiamo pentito ma neppure rattristato d’aver militato sotto la bandiera della falce e martello, simboli arrossati dal sangue di milioni di uomini?

Con il rigore dell’ideologo di corte, Pisapia non ammette diverse letture del fascismo e di quegli anni di guerra civile italiana, divide il mondo tra buoni e cattivi e con la scimitarra antifascista condanna i “vinti” al fuoco eterno del castigo progressista e democratico.

Balle e panzane da anni Settanta che neppure tutti i suoi compagni di lotta e di sbaglio oggi se la sentono più di rifilare al popolo. Al sindaco rosso-arancio basterebbe ricordare quello che Luciano Violante, ex comunista dei più tosti, disse sull’argomento quasi una ventina d’anni fa. “Mi chiedo se l’Italia di oggi”, si interrogava Violante, “non debba cominciare a riflettere sui vinti di ieri; non perché avessero ragione o perché bisogna sposare, per convenienze non ben decifrabili, una sorta di inaccettabile parificazione tra le parti, bensì perché occorre sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà”.

Ecco, lo sforzo di capire può manifestarsi  anche in presenza silenziosa sulle tombe dei vinti, gesto che non cancella la storia ma che le restituisce un senso e la rende più umana. Invece no, negando la compassione ai morti di Salò, il primo cittadino dimostra di amare più della verità le gabbie e i pregiudizi della propria ideologia, crudele e spietata anche con i defunti perché dapprima lo è stata con i vivi. Così Pisapia dismette il sorriso del sindaco buono per associarsi al ghigno dei violenti, dei fondamentalisti dell’antifascismo e della sinistra razzista e antisemita. Gli stessi, magari, che con il volto coperto dalla kefiah, marciano col pugno chiuso trasportando bare nere e bruciano bandiere al grido di: “A morte Israele”. Certo, ragazzi dei centri sociali che sbagliano e anche compagni ostinati che insistono nell’errore. Pisapia li conosce bene: da avvocato militante del “soccorso rosso” li ha difesi gratis in Tribunale poi, da candidato sindaco, gli ha presentato la parcella, chiedendo i voti. Beh, che pretendete da lui…

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