LASSINI/ Santambrogio: ha ragione, la Procura ha voluto fare la rivoluzione rossa

- Luigi Santambrogio

Non si placa la polemica sul caso Lassini, il candidato del Pdl che ha rivendicato la paternità della campagna anti-pm. L’ultimo giudizio agli elettori? Il parere di LUIGI SANTAMBROGIO

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Lassini e i manifesti dello "scandalo" milanese

Caro direttore,
           ha ragione (e questa è già una notizia) l’onorevole Daniela Santanchè quando dice che Letizia Moratti ha fatto un’imperdonabile stupidaggine a pretendere l’esclusione di Roberto Lassini dalla lista elettorale. Il tipo, infatti, è diventato un quasi leader, nel deserto di certezze della politica italiana, dopo aver appeso sui muri di Milano i manifesti contro i “magistrati brigatisti” della Procura. Quelli, tanto per intenderci, spendono  il loro tempo (e i quattrini dei contribuenti) a spiare le serate del bunga bunga nelle tavernetta di  Arcore, a registrare le telefonate che arrivano e partono dal bunker del Cavaliere, a trascrivere in bella copia e a passarle ai giornalisti di Repubblica le confessioni delle Papi-girl.

Dice la Santanchè che lei, il Lassini, lo voterebbe e lo farebbe votare pure a amici e parenti, che tocca ai milanesi decidere, col loro voto, se l’attacchino furioso è degno di stare in un consiglio comunale che lady Letizia non doveva fare tanto la schizzinosa. Perché il kamikaze anti-giudici del Pdl non ha fatto altro che mettere nero su bianco, anzi,  bianco su rosso quello che tutti gli elettori del centrodestra pensano e dicono. Di più: ha concentrato e tradotto in efficacissimo programma elettorale (“Via le Br dalle Procure”) il pensiero del Capo, Silvio Berlusconi, che solo pochi giorni prima aveva tuonato contro il “brigatismo giudiziario” del Tribunale di Milano.

Vabbè, forse come programma comunale è un tantino insufficiente e Lassini, oltre a voler bonificare  la Procura  milanese, dovrebbe dire anche qualcosa sulle buche nelle strade, il Piano regolatore, l’Ecopass e le biblioteche di periferia. Ma non c’è dubbio: l’ ex sindaco di Turbigo ed ex galeotto che s’è fatto 50 giorni di galera senza avere infranto la legge, ha colto nel segno e ha centrato l’obiettivo politico. Di più: ha osato dire quello che il centrodestra perbene e politically correct della Moratti cogita nei suoi salotti, ma si guarda bene dal manifestare in pubblico. E cioè: l’unica rivoluzione violenta, dittatoriale e rigorosamente leninista in Italia è stata prima tentata dalla Brigate Rosse di Curcio e Moretti e  poi realizzata dalla Procura di Milano.

La Stella a cinque punte  del Partito armato combattente è esplosa tragicamente dopo aver ammazzato quasi 90 tra politici, giudici, dirigenti e sindacalisti e senza aver visto il proletariato trionfare. Quella del pool di Mani Pulite, invece, è stata portata a termine non meno traumaticamente, ma almeno sul piano della quantità, con meno disastri.
I morti di Tangentopoli sono stati appena  una decina, suicidi compresi, ma sono comunque bastati a consacrare Antonio Di Pietro lider maximo della rivoluzione giustizialista. Che ha disintegrato i due principali partiti di governo, la Dc e il Psi riformista di Bettino Craxi, un’intera generazione di leader politici e quadri di partito, decapitato il capitalismo privato italiano con decine di manager e dirigenti d’impresa espulsi dal comando e, infine, instaurata la Dittatura delle Toghe e il regno del Cappio e Martello.

Non erano (più o meno) questi gli obiettivi che la sinistra rivoluzionaria e tutti i capataz del museo  del comunismo mondiale (da Marx a  Lenin, da Mao a Fidel  Castro) si proponevano? Ci voleva il rude  Antonio Di Pietro a completare il lavoro, là dove tutta questa poco raccomandabile compagnia aveva miseramente fallito. L’ex commissario di polizia bergamasco ha fatto di più e meglio di  Gramsci, Togliatti,  Berlinguer,  Capanna e Toni Negri. Sul campo, le loro rivoluzioni  di costoro hanno avuto l’effetto di un grosso  petardo bagnato: molto fumo, un rumore  assordate, ma senza cambiare nulla. E meno male che è andata così: all’Italia, al contrario dell’Europa dell’Est e dell’Unione Sovietica, sono stati risparmiati gli orrendi crimini del comunismo realizzato, i lutti e i milioni di morti del bolscevismo e dello stalinismo.

In Italia il comunismo non s’è mai realizzato nella sua  forma storicamente conosciuta: presa violenta del potere, dittatura di una burocrazia di partito e conseguente instaurazione dello Stato di polizia. Questo volevano i partigiani  della Resistenza rossa e questo voleva il Pci del dopoguerra: scacciati i nazi-fascisti l’Italia era pronta per passare sotto i Soviet dell’Urss. Disegno fallito, ma perseguito fino agli anni Settanta, fino allo strappo berlingueriano da Mosca. Le Brigate Rosse non sono arrivate dalla luna, appartengono a pieno diritto all’album di famiglia della sinistra.

All’atto di fondazione, nel 1969, (in una soffitta di  Reggio Emilia) parteciparono una settantina di fuoriusciti dalle sezioni Pci e Fgci, mentre i primi nuclei si formarono all’interno delle fabbriche milanesi della Pirelli e della Sit-Siemens, controllate dalla Cgil. In quegli anni, anche se minoritaria, era ancora forte e ben nutrita una fronda interna (Longo e Secchia) che ancora inseguiva i miti della Resistenza tradita e della Rivoluzione incompiuta. Ma fino all’assassinio del sindacalista Guido Rossa (siamo nel 1979, quando erano già 10 i magistrati uccisi) e al rapimento Moro, il partito fece finta di nulla. Anzi: confuse le carte, rifiutò di riconoscere come suoi figli legittimi quei ragazzi che decisero di darsi alla lotta armata, li dichiarò “schegge impazzite” e sedicenti comunisti, insinuando il sospetto che fossero un’invenzione della Cia e dei Servizi segreti al servizio della Dc.

Lo scrive Ugo Pecchioli, storico ministro ombra del Pci: nei verbali delle riunioni a Botteghe Oscure, Pecchioli accusava complicità e reticenze del partito nel contrasto al terrorismo, soprattutto dentro le fabbriche e nel sindacato.
Così, quando le Br smisero di assassinare magistrati, la fiaccola della rivoluzione passò nelle mani della magistratura. Il Pool di Milano se la sbrigò in poco meno di un decennio: cambiò la mappa politica dell’Italia (risparmiando solo il Pci) e indicò ai signori capitalisti chi aveva realmente in mano le redini del potere.

La sinistra e gli  ex comunisti hanno imparato la lezione: battuti dagli elettori sul piano democratico e del consenso popolare (cosa che fa andare fuori di testa quel piccolo Mussolini di Asor Rosa) sperano in un remake di Tangentopoli, magari rivista e corretta.
Con un premier che è tra i più ricchi imprenditori del mondo, inutile puntare ancora su mazzette e tangenti: meglio sputtanare il Re nei suoi vizi privati, smascherarlo davanti al popolo nei suoi eccessi sessuali e trascinarlo davanti al Tribunale dei Giusti e dei Puri.

Ilda Bocassini ha sostituito Tonino Di Pietro, agli interrogatori di polizia e alle manette selvagge la Procura di Milano preferisce oggi  le armi intelligenti delle intercettazioni telefoniche e delle spiate dal buco della serratura. Ma siano ancora alle solite, all’avvertimento mafioso-giudiziario:  far capire a chi governa che in Italia non si muove foglia che toga non voglia. Il povero Lassini ha messo i gomiti sul tavolo e  l’ha urlato senza tanti complimenti e riguardi per il bon ton istituzionale e politico. Così il disturbatore è stato costretto a chieder scusa e fare pubblicamente harakiri. Ma ancora non è detta l’ultima parola.

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