IL CASO/ Quello “sgombero” sussidiario che aiuta i rom a tornare a casa

- Luigi Santambrogio

Cosa ci fa un’organizzazione non governativa di solito operante nel Terzo Mondo a Milano? La sussidiarietà di Avsi arriva nei campi rom prima delle ruspe: il commento di LUIGI SANTAMBROGIO

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Rom, un caso di successo (Imagoeconomica)

Che ci fa un’organizzazione non governativa, quelle che di solito hanno le loro basi nelle favelas di Rio, tra i baraccati di Haiti o tra gli orfani di Bucarest, in una città come Milano? Di che (poveri) diavoli si occuperà  il team dell’Avsi nella metropoli dei grattacieli sbilenchi, delle griffe luccicanti della moda, del primo Expo eco-chic  e del turbo capitalismo finanziario della Borsa? Gli emarginati, i barboni, gli “ultimi” come martinianamente dicono  nella Curia del cardinale Tettamanzi? Certo, ma sotto la Madonnina le cose, anche per loro,  vanno decisamente meglio che negli slums di Calcutta o nei villaggi sperduti dell’Uganda. Eppure, anche in questa Milano tutta business e lustrini, all’Avsi non mancano mai i clienti.
Hanno solo nomi diversi e vengono da Paesi meno esotici e selvaggi, forse: qui i poveri si chiamano rom, sinti e zingari. Un’emergenza dalle cifre pazzesche ma che oggi,  dopo i quasi  500 sgomberi  costati circa 15 milioni di euro, pare essere in qualche misura tornata sotto controllo. Da 6mila che erano, i rom in città sono scesi a mille. Il ministro Maroni e il sindaco Moratti brindano all’ultimo successo,  la chiusura del mega campo di via Triboniano, e alla sicurezza ritrovata. Difficile dargli torto, la demolizione dell’ex favela non è soltanto un’altra tacca nella lunga  lotta alla delinquenza zingaresca e alla coltivazione intensiva dell’illegalità praticata nei campi.  No, forse a Milano un’altra e più positiva storia è cominciata.  Diversa da quella infinita e farlocca di  inutili ultimatum, di sgomberi all’alba e rioccupazioni al tramonto, di battaglioni di polizia schierati a caricare fantasmi, di annunci improbabili e  promesse mai mantenute.

Oggi si cambia e  il “metodo Triboniano” ha tutte le caratteristiche per diventare  esempio più grande della semplice chiusura di un’area off limits.
La formula è semplice: prima delle ruspe vengono le persone. Cioè: pugno duro per chi delinque, ma opportunità e aiuti per chi intende rifarsi una vita. Magari tornando, baracche e roulottes  nel Paese d’origine. 
Ecco perché una ong come Avsi (attiva in 40 Paesi con 2.000 addetti e 4 milioni di assistiti) che opera abitualmente nel Terzo Mondo c’entra anche con i nomadi di Milano. Quarantasei famiglie rom sono tornate in Romania proprio  grazie a un progetto di rimpatrio volontario realizzato dall’Avsi. 
Insomma, smantellare da una parte per ricostruire dall’altra: il modello è questo. Vediamolo nei dettagli. Il piano, finanziato nell’ambito del cosiddetto “Piano Maroni”, prevede l’erogazione di contributi variabili da 10 a 15mila euro per ogni nucleo familiare, a fronte di un impegno della famiglia a sottoscrivere un preciso percorso di reinserimento. I bambini vengono iscritti a scuola, il capofamiglia si impegna a seguire corsi di formazione professionale, se necessario. Avsi, infatti, in collaborazione con il partner locale “Fundatia dezvoltarea popoarelor”, aiuta i rom rimpatriati in Romania a cercare un lavoro.

In cambio, la famiglia che sceglie l’opzione del rimpatrio volontario, riceve i soldi necessari a pagarsi il viaggio di ritorno, un contributo per costruire o restaurare casa, e un versamento mensile di 150-200 euro al mese (per un periodo limitato, 12-18 mesi) per far fronte alle prime spese. Tutto il percorso viene elaborato di concerto con gli altri soggetti coinvolti (la Casa della Carità, il Comune di Milano) e viene seguito da un mediatore culturale romeno che fa da sponda fra i due Paesi. Le famiglie provengono da 15 località delle province di Olt, Dolj e Gorj, nella regione Sud-Ovest Oltenia della Romania, situata a 200-300 km da Bucarest.
“Dobbiamo essere ben coscienti”, dice Alberto Piatti, segretario generale di Avsi,  “che i risultati positivi sono stati ottenuti grazie a un modello di sussidiarietà che ha valorizzato i corpi intermedi, ovvero  le realtà che operano sul territorio e che hanno come interesse il bene della persona, e non tanto l’affermazione di una ideologia dell’integrazione”. Miracolo a Milano? Vabbè, non esageriamo. Meglio un più modesto: prove tecniche di sussidiarietà. Straordinaria, visti gli effetti.

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