GENERALI/ Caltagirone e le dimissioni che non cambiano la battaglia di Trieste

- Edmond Dantès

Le dimissioni polemiche di Caltagirone dal Cda di Generali segnano un’accelerazione del conflitto da tempo in corso nel colosso assicurativo italiano

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Francesco Gaetano Caltagirone (Lapresse)

La risposta migliore è stata quella arrivata stamani dalla Borsa: indifferenza palesata con una manciata sotto l’1%, poco più di un’oscillazione a Piazza Affari, tutto nella norma di questi tempi. Forse perché Francesco Gaetano Caltagirone non è nuovo a “uscite” di questo tipo, non di meno perché la battaglia per Generali è molto lontana dall’essere definita. 

La lettera che l’azionista capitolino, forte di un 8% abbondante della grande compagnia di assicurazioni, Generali, ha inviato per annunciare le proprie dimissioni da membro del Cda e dalla vicepresidenza del Leone, con florilegio di accuse un po’ tra l’offeso e il minaccioso, segna sicuramente un’accelerazione del conflitto che vede contrapposti il Cda di Generali da un lato e l’arzilla accoppiata Caltagirone-Del Vecchio dall’altra, con sullo sfondo l’ingombrante presenza dei due anche nell’azionariato di Mediobanca. 

Come detto, Caltagirone non è nuovo a gesti eclatanti. Gli addetti ai lavori, inoltre, ricordano come l’editore-costruttore abbia ad esempio votato l’introduzione della lista del Cda in statuto per poi cercare di impedirla. Oppure quando ha sostenuto il Ceo Donnet e il piano del manager francese e poi, pur di fronte a tutti i target raggiunti (e in era Covid), lo ha bocciato: i numeri del 2021 puntavano già però verso un altro scenario con il Generali che a settembre toccava un utile netto in crescita del 74% a 2,25 miliardi e un risultato operativo di 4,4 miliardi. Anche il presidente di Generali, Gabriele Galateri di Genola, di fronte a questa nuova “esplosione mediatica” ha perso la pazienza e ha rispedito al mittente le accuse di ostacolo e scarsa collaborazione, ricordandogli che nessuno lo ha mai voluto escludere dai lavori consigliari.

Il potenziale terremoto provocato nel Cda di Generali ha spostato solo la sedia dell’artefice, forse ancora presente solo per prassi più che per reale sostanza. Le motivazioni delle dimissioni appaiono sempre più come degli specchietti per le allodole, quasi dei giustificativi: non richiesta ma “casualmente” manifestata è stata la conferma di questa mattina da parte di fonti vicine a Delfin, holding di Del Vecchio, rispetto alla solidità del patto. 

Insomma, tra personalismi e segnali di guerra, le prossime settimane saranno sicuramente tutte da seguire. Caltagirone è offeso dal rinvio, motivato, delle sue richieste di cambiamento della governance, ovviamente a proprio favore. Del resto, per un “monarca” come lui, dover accettare regole condivise non è semplice. E farà di tutto per insistere. 

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