GREEN DEAL/ Sapelli: il disastro economico nascosto nell’utopia green dell’Europa

- Giulio Sapelli

L’Ue non sembra aver capito il vero rischio che corre sul fronte energetico e industriale per colpa anche delle sue politiche climatiche

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Greta Thunberg a Bruxelles (LaPresse)

La Commissione europea presenterà una proposta per l’acquisto in comune di gas, sul modello di quanto a fatica avvenuto con i vaccini. L’inverno è alle porte e ci si accorge del pericolo di una scarsità di gas solo ora. E pure tutta una rete di pipeline circonda l’Europa: ma ci si ostina a non sfruttarla come si potrebbe o a impedirne la costruzione (si veda il Tap) oppure a ostacolarne in ogni modo la corretta e quindi la completa utilizzazione. Si tratta di errori compiuti a ripetizione che rischiano di provocare l’aumento del livello dei prezzi delle fonti energetiche, errori su errori che si stanno pericolosamente accumulando. Mi riferisco al rischio crescente che l’Europa corre sempre più, per lunghi momenti della sua storia sociale, di non poter riscaldare, trasportare, compiere delle operazioni chirurgiche, operare, insomma, con qualsivoglia mezzo meccanico e con tutte le tecnologie sistemiche che consentono alla vita in società di riprodursi e far sì che gli insediamenti umani stabili non cadano nell’entropia, con la difficoltà di produzione, scambio e riproduzione che ne consegue.

Le leggi della termodinamica non sono un’opinione, come ci insegnò anni e anni orsono Nicholas Georgescu-Roegen nel suo capolavoro The Entropy Law and the Economic Process pubblicato nel 1971 e che si farebbe bene a rileggere. A confermare il grado di confusione e nervosismo in cui si è caduti sono state le decisioni ipotizzate nel corso del recente vertice Ue a Brdo, in Slovenia: “Di energia – ha detto per esempio Mario Draghi – si è parlato molto rapidamente. La presidente (della Commissione Ursula von der Leyen, ndr) ad Atene aveva ventilato la possibilità che la Commissione potesse assumere un ruolo di acquirente comune (di gas) come per i vaccini, concetto accolto molto favorevolmente da tutti. La prossima settimana o la successiva la Commissione presenterà una proposta che poi dovrà essere discussa al Consiglio europeo del 21 e 22 ottobre”.

Il problema è che una decisione consimile non potrà che provocare l’opposizione dei tedeschi e degli olandesi che vi vedono, e questa volta giustamente, un’occasione per aumentare il “debito comune cattivo”. Alcuni governi – come il nostro – hanno già dichiarato di voler agire in questo senso, anche nel contesto delle regole del Pnrr che dovrebbero essere, invece, così interiorizzate da impedire il ricorso a una politica modello Sudamerica di sussidi ai consumatori, com’è quella che caratterizza le ultime misure previste. La Cancelliera “sospesa” Angela Merkel e il solerte Mark Rutte hanno già annunciato, così come il governo belga, che saranno contrari a “sussidi nazionali e riduzioni fiscali a livello nazionale”.

A Viktor Orbán che accusa Bruxelles di essere colpevole del caroprezzi con la proposta “Fit for 55” che estende il mercato dei permessi di emissione alle auto e agli edifici, la fantastica – per leggerezza – von der Leyen ha replicato che “i prezzi alti dell’energia sono principalmente il risultato del costo del gas alle stelle mentre le fonti rinnovabili sono rimaste stabili dopo che i prezzi sono calati negli ultimi anni, quindi è chiaro che il nostro futuro è nelle rinnovabili e non nel gas. Lo stoccaggio di energia è al momento limitato quindi c’è anche un problema per l’Unione Europea per il lungo periodo”.

Ma il vero problema nel lungo periodo risiede, invece, nel fatto che la transizione energetica sta creando non solo problemi al sistema industriale, ma anche alla stessa vita sociale delle nazioni dell’Ue. Infatti, se Bruxelles si ostinerà a portare avanti il cosiddetto Green Deal in modo radicale senza che le altre potenze mondiali facciano lo stesso, sarà una catastrofe economica per l’Europa, senza che l’ambiente ne benefici in alcun modo. Orbene: non ci sono nazioni colpevoli e nazioni innocenti. Occorre uno sforzo globale per ridurre le emissioni, prima di tutto nelle centrali dell’accumulazione capitalistica, per eliminare gli enormi sprechi e sostituire le tecnologie più inquinanti con altre meno dannose per l’ambiente, ma certamente più costose. Al contempo, le nazioni in rapida crescita dovranno guidare la propria evoluzione evitando di percorrere le strade che già si sono dimostrate insostenibili. 

Tutto invece è un “clangor di buccine” per una svolta storica, ormai data per acquisita, e invece impossibile: la fine delle fonti fossili e l’inizio della nuova era delle sole, ripeto sole, fonti rinnovabili. Il tutto accompagnato dalle aspettative diffuse create dalla pioggia di milioni di euro che dovrebbero cementare le nuove strategie. È errata, in primo luogo, l’idea che, per esempio, nel 2035 in Europa non vedremo più circolare autovetture a combustione interna perché tutto il mondo sarà un modo elettrico, in cui le produzioni industriali ad alto consumo energetico con importanti emissioni di CO2 non saranno più localizzate in Europa, dimenticando che l’elettricità non è una fonte energetica, ma un vettore e che deve quindi essere alimentata da fonti energetiche, siano esse fossili o non fossili. E tutte debbono essere stoccate, ossia conservate per il futuro in cui saranno utilizzate: anche l’energia prodotta in un tempo T0 dal vento e dal sole, se vorremmo utilizzarla nel tempo T2 o T3o T5000 dovrà essere conservata… E a oggi non esiste ancora possibilità di farlo.

La conseguenza è che se non si continua a ricercare, e stoccare, ossia conservare le fonti fossili (gas e petrolio, decidendo certo che il carbone non sia più usato – mentre invece lo è “a manetta” in Germania e Polonia in primis) si corre il rischio di non potersi né riscaldare né muoversi, né curarsi… nel periodo di passaggio tra un’era e un’altra. E curarsi è fondamentale, come ci dovrebbe aver insegnato il Covid.

Esiste già un piano Ue industriale e produttivo su come raggiungere l’obiettivo molto realistico di… non correre rischi? No. Per capire i rischi che si corrono pensiamo, per esempio, al periodo di sovrapposizione fra l’esistente sistema di trasporto con vetture con motori a combustione interna e il nuovo, futuro, sistema. Durante l’interregno come garantire l’approvvigionamento di benzina e gasolio a tutti gli automobilisti? Tutto dipende dal permanere degli eccessi di capacità per quel che riguarda i rifornimenti delle benzine, soprattutto in Europa. Ma la produzione di benzine con specifiche di qualità biosostenibili è impossibile nella stragrande maggioranza delle raffinerie.

È quindi risibile l’argomento che l’Europa, anche se il suo sistema di raffinazione dovesse essere fortemente ridimensionato o sparire del tutto, potrebbe sempre contare sulle importazioni da altri Paesi (Cina, India, Corea e così via). Sarebbe necessario, invece, individuare subito gli investimenti tecnologici che potrebbero consentire un upgrading degli esistenti sistemi di raffinazione, integrando tecnologie petrolifere tradizionali con quelle della biotecnologia o del Gas to Liquid con un conseguente abbattimento delle emissioni e dell’inquinamento.

Di tutto ciò l’Ue dovrebbe farsi carico con ben maggior forza di quanto oggi non accada. Tutto il contrario si sta facendo oggi, per assenza di realismo e per asservimento alle lobbies dei produttori delle tecnologie che sono alla base delle energie rinnovabili; di qui il nervosismo e l’approssimazione dilagante. Facciamo in modo, invece, che non accada ciò che è successo con le campagne vaccinali, a partire dall’acquisto dei vaccini e dall’accorgersi troppo tardi che forse la soluzione migliore sarebbe stata quella – sin da subito – di operare per la produzione dei vaccini medesimi, senza polemiche e lobbies pervasive. Ma la storia (e la storiografia), come noto, non insegnano mai nulla.

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