GUERRA USA-IRAN/ L’Arabia paga Trump per far la guerra mentre l’Europa tace

- int. Giuseppe Gagliano

Trump vuole costringere Teheran a una trattativa favorevole agli Stati Uniti, in realtà sta ottenendo di fare dell’Iran una nuova Nord Corea. Con l’aiuto dell’Arabia Saudita

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Mohammed bin Salman, principe ereditario saudita (LaPresse)

Siamo arrivati agli insulti. Ricordate quando Kim Jong-un e Donald Trump facevano lo stesso? “La Casa Bianca è afflitta da ritardi mentali” ha detto il presidente iraniano Hassan Rouhani reagendo alle nuove sanzioni imposte da Donald Trump che, ha detto ancora, “chiudono per sempre il canale della diplomazia con gli Stati Uniti”. E adesso? Secondo Giuseppe Gagliano, fondatore del Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) “l’iniziativa unilaterale statunitense finirà certamente per rafforzare la volontà di Teheran a dotarsi di armi atomiche come la Corea del Nord, armi che vengono viste come l’unico strumento in grado da un punto di vista strategico di creare un equilibrio contro l’atteggiamento aggressivo di Israele”.

Come già successo con la Corea del Nord Trump gioca pesantemente la carta delle sanzioni. Si può dire che in questo modo ottiene maggiori risultati? Cosa ne pensa?

È oramai da tempo che Trump crea una situazione di escalation con il sostegno fondamentale degli israeliani e in seconda battuta con quello saudita e degli Emirati, in un’ottica di unilateralismo che ha danneggiato l’economia petrolifera europea. Non vi è dubbio che sia le minacce militari che le sanzioni economiche, le quali rientrano in un più ampio contesto di guerra economica, siano certamente finalizzate a costringere Teheran a una trattativa favorevole agli Stati Uniti.

C’è anche una guerra di informazione, di messaggi e contro-messaggi: che peso ha in questo scontro? Chi la maneggia meglio?

Sia la propaganda di regime che la guerra dell’informazione portata in essere dall’intelligence iraniana si sta rilevando certamente più efficace di quella costruita dagli Stati Uniti e dai  suoi alleati, efficacia questa che naturalmente dipende dal fatto che da un punto di vista squisitamente politico il regime iraniano è un regime autoritario e antidemocratico che di conseguenza esclude la possibilità di un dibattito democratico analogo a quello degli Stati Uniti. A tale proposito non c’è dubbio che la propaganda del regime sia molto abile nel dare un’impressione di coesione sociale. Solo attraverso operazioni di destabilizzazione, e cioè attraverso operazioni di copertura da parte degli Stati Uniti fatte insieme a Israele, questa stabilità potrebbe in qualche misura venire ridimensionata.

Solitamente i regimi per mantenere il consenso hanno sempre bisogno di un nemico esterno: il regime iraniano mantiene il consenso anche grazie a Trump?

Allo stato attuale non c’è dubbio che il regime iraniano riesca a preservare il suo consenso interno anche grazie alle continue e costanti offensive di guerra informativa e di guerra economica da parte degli americani e dei loro alleati. L’iniziativa unilaterale statunitense finirà certamente per rafforzare la volontà  di Teheran a dotarsi di armi atomiche come la Corea del Nord, armi atomiche che vengono viste come l’unico strumento in grado, da un punto di vista strategico, di creare un equilibrio, certamente  sempre precario, per bilanciare la postura offensiva nucleare israeliana.

Ha citato gli alleati americani. Cosa può dirci dell’Europa?

Ancora una volta l’Europa dimostra di non avere una linea comune e soprattutto di non essere in grado né dal punto di vista politico né tantomeno dal punto di vista strategico militare di condizionare le scelte americane. Allo stato attuale dimostra soltanto di subirle.

Ci sarà un’escalation?

Da parte dell’Iran non avrebbe senso strategico poiché un’azione volta ad incrementare la tensione con gli Usa danneggerebbe il paese in modo molto rilevante e aumenterebbe in modo esponenziale l’instabilità in Medio Oriente. D’altronde, sotto il profilo della strategia militare, non possiamo a priori escludere che gli attacchi portati in essere nei confronti delle petroliere siano stati frutto di una deliberata provocazione da parte dei numerosi avversari dell’Iran per creare un casus belli internazionale. Inoltre Teheran non avrebbe alcuna difficoltà ad ostacolare le esportazioni di petrolio del Golfo Persico e per poter realizzare questo obiettivo non avrebbe certamente bisogno di porre in atto operazioni di destabilizzazione, considerando che le sanzioni americane stanno danneggiando in modo rilevante l’economia iraniana.

E per quanto riguarda un attacco da parte americana?

Numerose sarebbero le incognite di questa azione, incognite relative soprattutto alle conseguenze sul piano strettamente militare. Infatti Teheran dispone di missili balistici oltre che da crociera, per non parlare poi della capacità di bloccare lo stretto di Hormuz. Inoltre, il linea di massima, ha certamente la capacità di colpire sia i paesi arabi limitrofi che le basi statunitensi.

Teheran vuole ancora togliere di mezzo Israele? 

Credo che da questo punto di vista l’intenzione di eliminare un competitore pericoloso in Medio Oriente dal punto di vista politico e militare sia stata ampiamente pianificata sia da Israele che da Teheran. 

È impossibile regolare in qualche modo i rapporti con l’Arabia Saudita, che secondo molti sta spingendo Trump alla guerra?

Ne dubito allo stato attuale. Le forti tensioni con l’Iran e la Russia – ancora una volta i nuovi principali antagonisti di Washington – consentono all’Arabia Saudita di riprendere il suo status di grande alleato. Non solo. Dal 2015, il Regno ha pagato quasi 18 milioni a 145 lobbisti registrati per influenzare il processo decisionale del governo degli Stati Uniti. In aggiunta a queste società di lobbying commissionate dal Regno non possiamo non menzionare lo US-Saudi Arabian Business Council (Ussabc), un influente gruppo di pressione come gli Amici dell’Arabia Saudita. In linea di massima la strategia di finanziamento dei think tank americani più influenti consente al Regno di piazzare le sue pedine nel processo decisionale del governo, come appunto nel caso della reintroduzione delle sanzioni in Iran o dell’embargo contro il Qatar.

(Paolo Vites)

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