GUITAR HERO/ “Texas Flood” di Stevie Ray Vaughan

- Walter Muto

WALTER MUTO dedica una puntata della sua rubrica dedicata agli eroi delle sei corde a Stevie Ray Vaughan. L’erede più rappresentativo di Hendrix, esplosivo, irruento, ma straordinariamente preciso e ancorato alle radici del blues

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Sono passati ormai quasi 20 anni da quando Stevie Ray Vaughan ci lasciò, a soli 36 anni, a causa di un fatale incidente in elicottero, tornando in albergo dopo un concerto.
Forse l’erede più rappresentativo di Jimi Hendrix, per certi versi ancora più esplosivo, completamente autodidatta, Stevie Ray sviluppò una maniera di suonare la sua Stratocaster irruenta, istintiva e al tempo stesso estremamente precisa.

Un vero virtuoso dello strumento, benché totalmente illetterato (in termini di lettura della musica, non certo di conoscenza del vocabolario blues). Prima di proseguire ascoltiamo la versione in studio del brano che ho scelto, Texas Flood. Era contenuto nell’album omonimo, che rappresentava anche l’esordio del chitarrista (anno 1983).

Anche se la canzone ha un testo, le parole sono più che altro un pretesto: si racconta questa storia di un’inondazione in Texas che impedisce di parlare con la propria bella, per arrivare ad un finale tipico della poetica blues tipo “ma se tu sei con me, baby, il sole splende”. Di fatto ci troviamo di fronte ad un unico, ininterrotto assolo.

Stevie Ray riempie ogni possibile spazio fra una strofa e l’altra del cantato, com’è tipico nel blues, e poi parte per una serie di fraseggi che ci permettono di gustare tutto il suo fantasmagorico stile.

Ma credo che per avere una idea più completa di questo grandissimo musicista si debba vedere un assaggio anche dal vivo. Ecco una versione "extended" dello stesso brano, 9 minuti e mezzo di galoppata (anche se si tratta di uno slow) sui sentieri del blues elettrico.

  

 

 

Se avete ascoltato il brano facendo qualcos’altro, senza guardare il video, non vi sarete accorti che intorno ai 7 minuti e mezzo Stevie si passa la chitarra dietro la schiena e continua a suonare in quella posizione. Per lui è grossomodo lo stesso: la sua conoscenza della tastiera è pressoché perfetta e le sue scorribande su e giù per il manico non si interrompono nemmeno per un secondo.

Ogni possibilità delle pentatoniche maggiori e minori viene sviscerata, talvolta a una velocità folle, talvolta soffermandosi drammaticamente sulle corde tirate (bending) fino allo spasimo.
Grammatica e sintassi, non c’è niente fuori posto nel periodare di questo assoluto gigante delle sei corde.

Bisogna solo avere il coraggio di seguirlo nella sua esposizione delle mille idee che estemporaneamente passano velocissime dal cervello alle mani. Un grido, anche fisico, accompagnato dal resto del corpo in una esperienza intensissima. Spero la percepiate così come l’avverto io. Alla prossima puntata!

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