GUITAR HERO/ Peter Green, “the man of the world” dei Fleetwood Mac

- Walter Muto

Londra, metà anni Sessanta. Sui muri della città si legge Clapton is God. I Beatles stanno rimasticando il Rhythm and Blues. Una nuova puntata della rubrica di WALTER MUTO

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Peter Green (Infophoto)

Londra, metà anni Sessanta. Sui muri della città si legge Clapton is God. I Beatles stanno rimasticando il Rhythm and Blues con Rubber Soul prima di partire per viaggi musicali ancora più entusiasmanti.

Sotto il nome di Yardbirds si alternano tre assoluti campioni degli anni a venire, lo stesso Clapton, Jeff Beck e Jimmy Page in era pre-Zeppelin. Ma quale cantante e chitarrista era forse il più quotato, nel 1965 e dintorni, tanto da venire soprannominato Man of the world? Colui che fondò la straordinaria band Fleetwood Mac, per poi allontanarsene e perdersi definitivamente nei meandri di una mente sovraffaticata, non più in grado di sostenere musica e vita. Il suo nome era Peter Green.

C’era un gran fermento (non solo limitatamente agli episodi citati sopra) nel Regno Unito in quegli anni. Potremmo concludere l’articolo anche solo facendo un elenco di nomi. Ma cerchiamo di conoscere invece un po’ meglio questo chitarrista completamente dimenticato, che pure aveva molti motivi di interesse. Cominciamo a dare un’occhiata al suo stile.

Peter Green aveva già suonato con i Bluesbreakers di John Mayall, e l’estrazione blues si sente tutta, sia per quanto riguarda lo stile chitarristico che per quanto riguarda la voce, graffiante, claptoniana, diremmo, se non fosse stato lui a cominciare per primo il gioco. Come Clapton, non è un virtuoso, ma mette le note al posto giusto e con la giusta fluidità, tanto da essere riconosciuto come il miglior chitarrista inglese del periodo niente meno che da B.B. King e Carlos Santana. Proprio Santana qualche anno dopo riprenderà Black Magic Woman che era stata composta proprio da Green, rendendola un clamoroso successo. Ascoltiamola nella versione primigenia, anche se purtroppo non c’è un video live dell’epoca (solo uno più tardo con Green in condizioni pietose). Accontentiamoci di questa versione, live, ma senza video, in cui comunque si comprende il suono e lo stile di questo grande bluesman.

Il materiale su Peter Green non è tantissimo come per altri chitarristi. Non dimentichiamo però che con i Fleetwood Mac cominciò a esplorare territori non esclusivamente blues, e non esclusivamente legati alla forma-canzone, come nel brano Albatross, assolutamente non ballabile e dall’atmosfera sognante, ma che arrivò al numero uno nelle classifiche inglesi.

Un brano relativamente semplice, basato su due accordi, ma reso interessante dalle tessiture incrociate delle tre chitarre elettriche, che si appoggiano dolcemente sull’incedere lento ma continuo del basso e sulla ritmica rotolante della batteria, suonata con le mazzuole e non con le bacchette, e quindi ovattata, soffice cuscino su cui tutto il resto si adagia.

Fu forse l’ultimo episodio di rilievo prima che Peter abbandonasse la band e le scene musicali, per poi riemergere brevemente a metà degli anni Novanta.

Ricordiamolo come un grande talento precocemente smarrito, perso in mondi che non ha saputo governare.





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