JOHNNY WINTER/ Quella volta che andai a sentirlo suonare al Fillmore East

- Jonathan Fields

JONATHAN FIELDS aveva solo 9 anni quando alla fine degli anni 60 ebbe occasione di andare a sentire a suonare Johnny Winter, da poco scomparso. Ecco il suo racconto

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Johnny Winter

E’ stato triste venire a sapere della morte del grande chitarrista blues albino Johnny Winter. In realtà non sono rimasto triste, ma grato all’artista che ha ispirato un ragazzino di periferia di 9 anni a buttarsi a imparare a suonare il blues. 

Johnny Winter suonava il Texas blues che era uno stile molto più orgoglioso del blues del Delta. Era uno stile che bruciava come una fiammata rossa e bollente.

C’era un amico di famiglia che educava me e altri amici alla musica che arrivava dagli anni 60. Ero già rimasto colpito da Eric Clapton che suonava con John Mayall e i Cream, e anche da Jimi Hendrix con la sua incredibile capacità di scrivere canzoni e fare assoli. Ma non avevo mai visto da vicino nessuno di questi grandi artisti. 

Così il nostro amico ci portò un giorno al Fillmore East nell’East Village. Fu un’avventura per un ragazzino di periferia. St. Marks Place era illuminata a giorno di luci nebbiose color porpora nella notte pericolosa. Potevo sentire questo pericolo e questo senso di anarchia. Andammo a cena al Katz, un ristorante ebraico sulla Houston prima di dirigerci verso il Fillmore. Potevi sentire l’odore di marijuana e qualche coppia che si lasciava andare. Per un ragazzino di 9 anni tutto questo era oltre la sua capacità di comprendere. Eppure la gente era lì per prendere parte a un evento più che per ogni altra cosa e l’eccitazione e la tensione erano palpabili.

Poi, ecco: Johnny Winter uscì sul palco. La sua pelle era bianchissima, contrastava con i vestiti neri che indossava e poi c’era quell’incredibile cappello nero. Il modo con cui suonava la slide sulla sua Gibson Flying V mi attraversò come un coltello che ti taglia in due. Rimasi trafitto dall’inizio alla fine. Davvero non ricordo altre esperienze musicali di uguale impatto: quell’albino in nero che lanciava fuori e urlava il blues sul collo della sua chitarra V. 

Tutto questo fu per me il momento definitivo. Scoppiai a piangere davanti alla potenza e alla bellezza dell’anima umana e desiderai altrettanto per me più di ogni altra cosa. 

Johnny è rimasto un fedele discepolo del blues per tutta la sua vita, una vita che, ricordo, mi dissero che sarebbe stata breve per via del fatto che gli albini non vivono a lungo. Dovette combattere a lungo per vincere la sua dipendenza dalle droghe e tornò a esibirsi nel 2005. Non si è mai venduto rimanendo un fedele discepolo del blues, suonando in giro per tutto il mondo. 

Così è con tantissima gratitudine che dico una preghiera per Johnny ringraziando che la sua passione mi abbia così toccato e ispirato me e tantissimi altri a seguire la musica con autentica forza. Possa il suo viaggio finire là dove tutto questo straordinario desiderio comincia, con quel Re che ha sofferto il blues sulla Croce. 

(Per chi volesse cominciare a conoscerlo, si cominci con il suo primo disco intitolato semplicemente “Johnny Winter”).





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