IL CASO/ È giusto processare per omicidio un bimbo di 10 anni? No, ecco perché

- Mauro Leonardi

Si può processare per omicidio un bambino di 10 anni? Una fiction della Bbc, “Responsible Child”, trae spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto

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Una scena dal trailer di "Responsible Child" (Foto da Youtube)

Nei paesi anglosassoni se hai dieci anni non puoi legalmente bere, fumare, votare, sposarti o persino comprare un animale ma, per la stessa età, puoi essere chiamato a processo e trattato come adulto per omicidio. Sì, un bambino di dieci anni accusato di aver ucciso qualcuno può essere processato come un adulto in un tribunale di fronte a una giuria. È giusto?

Questo è il punto messo a tema dal film Responsible Child della Bbc, ispirato alla storia vera di Jerome e Joshua Ellis che, quando avevano 14 e 23 anni, uccisero a coltellate il loro patrigno. Poiché nel film il bimbo ha dieci anni, il Regno Unito si sta chiedendo se sia giusto processare per omicidio chi è solo un bimbo.

Per citare un famosissimo inglese, Shakespeare, “una rosa rimane una rosa anche se le cambi il nome”, ovvero un bambino rimane un bambino anche se la legge dice che lo puoi trattare come se fosse un adulto. Puoi fingere che lo sia ma, appunto, fingi. Perché in realtà non lo è.

Trattare un bambino da adulto è una violenza peggiore della violenza eventuale che può aver commesso quel bambino. Se non ne siamo convinti, pensiamo a cosa parliamo quando parliamo di pedofilia. Quante volte l’orco pedofilo “si scusa” dicendo che il bambino o la bimba “era consenziente” o, addirittura, chiedeva lui, lei, certe attenzioni “amorose”? Ma noi sappiamo bene che non può essere così, perché un bambino non ha la piena consapevolezza della propria sessualità, della propria affettività. Dire “non è maturo” significa proprio questo. Che se compi un atto sessuale con un bambino di dieci anni “consenziente” lo stai violentando.

Per lo stesso principio un bambino di dieci anni non può essere responsabile di un atto di violenza. Tutte le civiltà di ogni parte del mondo distinguono tra bambini ed adulti. Anne Frank ricevette per il suo tredicesimo compleanno un quadernino a quadretti bianco e rosso, sul quale incomincerà a scrivere il suo Diario, perché tredici anni era il momento della maggiore età per gli ebrei (basti pensare che Gesù va al Tempio a dodici anni).

In Italia per i minorenni abbiamo il meraviglioso istituto della “messa alla prova”. Se un minorenne commette un delitto per il quale meriterebbe da adulto pene terribili, può attuare dei percorsi di redenzione. Conosco il caso di un minore che uccise il padre. Il motivo? Violentava lui e i fratelli. Il minore, invece di prendere non so quanti anni di carcere, attraverso lo strumento della messa alla prova ora è una persona risolta, civile, sposata con figli e che lavora.

La differenza tra un bimbo e un adulto c’è ed è essenziale, ed è che un bambino non è libero. Quindi non è responsabile. Se lo ricordi il legislatore inglese. Altrimenti dovremmo considerare i consensi “amorosi” di un bimbo alla stregua di quelli di un adulto.

Non giochiamo con i permessi dati dalle parole delle legislatore. Chi non se lo ricorda, ripeto, ripensi ancora a Shakespeare, con Giulietta e Romeo: “Cos’è un nome? Quella che chiamiamo rosa, pur con un altro nome, avrebbe lo stesso dolce profumo”. Un bambino, anche se vogliamo dargli il nome da adulto, è un bambino sempre. Sempre.



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