Fiat: lo sbarco in America non risolve i problemi

- Paolo Annoni

Entrare nel mercato più importante del mondo non eviterà di affrontare le difficoltà strutturali del gruppo. Vediamo perché

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Nell’ultima intervista al Financial Times l’ad di Fiat (e vicepresidente di Ubs) Marchionne ha dichiarato l’obiettivo di iniziare la produzione e la vendita di auto a marchio Alfa Romeo in Usa a partire dal 2011-2012 e ha espresso la volontà di replicare con la neonata 500 il successo della Mini (Bmw).
 

La volontà di Marchionne è chiara: entrare nel mercato automobilistico più importante del pianeta evitando di dover competere nella fascia più povera del mercato dove la redditività è bassa e la competizione è forte. Il ritorno in America è in realtà un obiettivo che viene annunciato e rimandato da Fiat da diversi anni: difficoltà tecniche (gap tecnologico rispetto ai competitors notevole soprattutto nelle auto di fascia alta), mancanza di un partner e infine i passati problemi finanziari hanno impedito a Fiat di realizzare lo sbarco in Usa e, come è evidente dalla tempistica indicata da Marchionne, lo impediranno anche per i prossimi anni. Più semplice sarebbe il ritorno in USA di Iveco che potrebbe sfruttare la rete di Cnh e che magari, con l’acquisizione di un operatore locale (Navistar?), avrebbe un accesso semplice e immediato al mercato americano.
 

Lo sbarco in America rimane comunque un problema secondario per Fiat che nei prossimi anni è chiamata ad affrontare e superare sfide ben più decisive senza considerare che nel contesto attuale nessun investitore potrà mai prendere in considerazione nelle proprie valutazioni un orizzonte temporale così lungo.
 

Le azioni Fiat e il mercato – Il miracolo di Marchionne, che ha avuto il notevole merito di salvare Fiat da una crisi che sembrava irreversibile (le banche in realtà hanno avuto più di un occhio di riguardo….), non è però servito alla società a evitare lo smacco di un dimezzamento del valore delle azioni negli ultimi mesi. Si potrebbero in proposito citare i timori di recessione, la paura dei mercati, la natura ciclica del business di Fiat e via via tutte le altre considerazioni di scuola che in realtà valgono per più della metà dei titoli quotati, ma che non danno una spiegazione credibile di una tale debacle borsistica. Marchionne gode sui mercati finanziari di una credibilità quasi unica nel panorama europeo e, nonostante questo, invano si è affannato a ribadire i target del piano e a spiegare che Fiat è molto più della sola auto e che anzi proprio in un momento come questo dovrebbero risaltare i suoi punti di forza.
 

Le attività del gruppo Fiat – Il gruppo Fiat infatti possiede Cnh, uno dei leader mondiali nelle macchine agricole, e Iveco, leader in Italia e con quote di mercato di tutto rispetto in Europa dell’Est. Entrambe le società, per motivi diversi, stanno dando grandi soddisfazioni. Cnh beneficia dell’esplosione dei prezzi delle granaglie e di molti altri prodotti agricoli (per esempio, quelli legati alla produzione di biodiesel), che hanno fatto schizzare la domanda di macchinari per l’agricoltura. Iveco nell’Europa dell’est sta beneficiando di una crescita economica che è più che doppia rispetto agli altri Paesi europei, ma soprattutto in entrambe le attività il mercato è meno competitivo di quello dell’auto, gli investimenti necessari sono notevolmente minori e il gap tecnologico o non esiste o è facilmente colmabile. In altre parole redditività maggiore con sforzi minori.
 

Nel settore auto invece la situazione è completamente diversa. I più accorti osservatori sostengono che se non fosse per il Brasile (dove Fiat è leader di un mercato che cresce in modo impressionante), l’auto nonostante i miglioramenti conseguiti non farebbe meglio di un pareggio di bilancio. Escludendo l’Italia, la quota di mercato di Fiat in Europa è modesta, i suoi modelli più venduti stanno nella fascia bassa del mercato e solo con la 500 a Fiat è riuscita l’operazione di vendere il marchio e il design più che la tecnologia e la convenienza. Evidente è poi quanta strada ci sia da fare per avvicinare Audi, Bmw e Mercedes nei modelli di fascia alta. Infine, il settore auto è per sua natura estremamente competitivo e gli investimenti necessari “per stare sul mercato” sono ingenti. Il mercato sta quindi sovrapponendo la fragilità della presenza di Fiat nel settore auto a tutto il gruppo dimenticandosi del resto. L’atteggiamento è comprensibile date le turbolenze dei mercati finanziari, ma nel lungo periodo è destinato a attenuarsi.
 

Un atteggiamento più benevolo dei mercati, che in altri periodi non sarebbe improbabile, non eliminerebbe però un dato di fatto: la posizione competitiva di Fiat nel settore auto è strutturalmente debole, probabilmente non difendibile nel lungo periodo e rischia di compromettere anche le parti sane, inoltre renderebbe inevitabile una strutturale penalizzazione delle azioni Fiat rispetto ai competitors.
 

Il futuro di Fiat – Marchionne pare sia il primo ad essersi accorto di questa situazione e in realtà avrebbe già individuato le possibili soluzioni. Una l’ha fatta balenare in qualche intervista ed è lo spin off dell’auto, l’altra è la ricerca di un partner industriale di lungo periodo con cui condividere le relative attività. Le due operazioni non si escludono anzi sarebbero complementari. Il problema è che preluderebbero in sostanza alla cessione dell’auto e sarebbero o due passaggi intermedi per il raggiungimento di tale fine o una loro modalità politicamente accettabile.
 

Il decisionista Marchionne procederebbe senza indugi alla cura definitiva del malato, ma questo si scontra con opposizioni politiche probabilmente enormi e, come dicono i maligni, con le ambizioni di un altro importante manager del gruppo.

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