Il mercato si interroga ancora sul prossimo governo

- Paolo Annoni

Molte e contrastanti le reazioni di Piazza Affari al risultato elettorale. L’analisi di Paolo Annoni ci aiuta a far chiarezza

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Ieri le elezioni, oltre che oggetto del dibattito dei talk show e delle tribune politiche, sono state il tema di discussione principale di chiunque si occupi del mercato azionario italiano. A Londra e a Milano ci si è interrogati sull’effetto che il cambio di governo avrà sui titoli quotati: se inciderà positivamente o negativamente e in che misura.
Lunedì per la verità la borsa italiana non aveva mostrato alcun segnale particolare, con i mercati e i titoli sostanzialmente allineati con il resto d’Europa. Ieri, rispetto ai rialzi fatti registrare dagli altri mercati europei, ha mostrato invece un calo (S&P/Mib -0,2%) che in realtà non ha una spiegazione univoca. Potrebbe essere il più classico “sell on news” dopo che finalmente si è chiarito chi governerà il Paese e con quale maggioranza, oppure una reazione dovuta all’estraneità e all’antipatia che l’attuale premier suscita nei salotti della finanza italiana e non, diversamente dal predecessore che aveva dalla sua un ottimo rapporto col sistema bancario italiano e con la finanza europea. Infine una spiegazione ancora più semplice si potrebbe trovare in una momentanea debolezza del mercato italiano che nelle ultimissime settimane aveva sovra-performato le borse europee. Per concludere, i timori di recessione che hanno già pesantemente influenzato e compresso le valutazioni delle società quotate hanno reso sostanzialmente insensibile il mercato al cambio di maggioranza in Italia. L’esito delle elezioni comporta invece conseguenze sensibili sui settori e sulle singole società che il mercato ha in parte recepito e che in altri casi devono ancora emergere.

È nota agli elettori e agli investitori l’attenzione che Berlusconi ha per gli investimenti in infrastrutture e la borsa si è comportata di conseguenza. Impregilo (che tra le altre cose è general contractor per il ponte sullo stretto) è salita di oltre il 4%, mentre Atlantia (le ex-autostrade) ha chiuso con un rialzo del 6%. In quest’ultimo caso il titolo ha beneficiato della conclusione del ministero Di Pietro che aveva, con cambi di norme e regolamenti, costretto Autostrade a rinunciare alla fusione con Abertis. La performance di Alitalia (+18%) è la naturale e evidente conseguenza delle recenti dichiarazioni del futuro premier che sembra voler rinunciare all’offerta molto bassa fatta da Air France in favore di una cordata tutta italiana. Solo nel medio periodo sapremo comunque con quale energia verranno affrontati gli strutturali e drammatici problemi di efficienza e strategia che affliggono Alitalia. La borsa non sembra invece aver digerito le possibili conseguenze che il rilancio di Malpensa potrebbe avere su Gemina (la controllante con oltre il 90% di Aeroporti di Roma) che ha fatto registrare un rialzo di quasi l’1%.

Sul fronte delle utility e dell’energia sia Eni che Enel hanno fatto meglio del mercato. I rapporti privilegiati con Putin hanno già fatto cogliere a Eni opportunità considerevoli di crescita e guadagno che l’attuale Ad Scaroni (nominato da Berlusconi e destinato a una probabile riconferma) non dovrebbe farsi sfuggire anche nel futuro. Enel potrebbe beneficiare di un rinnovato interesse per il nucleare, di approvvigionamenti più sicuri di gas dalla Russia, mentre possibili cessioni di quote dello Stato dovrebbero aumentare la contendibilità e l’apertura al mercato delle principali società a partecipazione statale d’Italia. La riduzione del debito pubblico dovrebbe avvenire, secondo la dottrina di Tremonti, anche con la cessione di parte del patrimonio immobiliare statale e con la vendita di partecipazioni in società quotate.

Finmeccanica (-0,14%) non ha invece risentito dei possibili effetti che i migliori rapporti con gli Usa potrebbero avere in termini di commesse militari. Fiat (-5,3%) potrebbe aver pagato oltre l’ultimo deludente dato sulle immatricolazioni in Europa l’atavica incomprensione (per usare un eufemismo) che c’è tra la famiglia Agnelli e Berlusconi, mentre il governo Prodi ha contribuito al risanamento di Fiat con due consecutivi incentivi alla rottamazione.
Mediaset contrariamente a ogni previsione è scesa di quasi il 4%, anche se nell’ultimo mese ha fatto registrare un sensibile aumento: il sell on news di cui sopra ha dimostrato ancora una volta la sua validità. In realtà, la società dovrebbe ora essere al riparo per i prossimi anni da provvedimenti punitivi o penalizzanti, mentre ci si attende una raccolta pubblicitaria in crescita per il favore che verrà accordato a Mediaset dalle imprese italiane che riusciranno in un solo colpo a fare marketing e a “ingraziarsi” il presidente del consiglio. Telecom Italia Media non soffre per il momento di un probabile rafforzamento dell’attuale duopolio nella tv generalista. I più smaliziati ed esperti frequentatori delle sale operative non hanno fatto mancare di notare che l’Ad di Telecom Italia è stato nominato in un contesto politico ben diverso da quello che si prospetta e in cui Prodi non ha esitato a far valere i propri rapporti e la propria influenza. Forse le relazioni più rilassate che il mercato si augurava tra l’ex monopolista italiano e le authorities potrebbero farsi più tese e proprio in questo campo si potrebbe assistere a qualche sorpresa (è da escludere al momento, per le stesse smentite di Berlusconi, una fusione Mediaset-Telecom).
Tutte da scoprire sono invece le conseguenze sul settore bancario e assicurativo che storicamente è forse il più estraneo al vincitore delle ultime elezioni. Eppure nei prossimi mesi se ne vedranno delle belle. Venti di guerra soffiano su Mediobanca e Generali che non ha mai finito di suscitare gli appetiti della francese Axa (forse i nemici tenteranno infine di attraversare il deserto dei Tartari). Interessante sarà osservare che ruolo intenderà svolgere a tal proposito il prossimo premier. Ancora aperta è la questione della riforma delle popolari che il governo dimissionario non ha esaminato e che forse sono maggiormente minacciate dalla massiccia presenza della Lega; in ogni caso una riforma delle popolari dovrebbe comportare effetti positivi per le quotazioni delle banche cooperative. Nessuna grande banca italiana intrattiene rapporti privilegiati con i membri del prossimo governo che conta invece sull’appoggio della parte economicamente più ricca e sviluppata del Paese, solo i mesi ci diranno se potranno essere trovati nuovi equilibri nella finanza nostrana. Il governo Prodi ci ha consegnato un Italia con un’inflazione al 3% e un Pil negativo nell’ultimo trimestre del 2007 e stiamo assistendo alla crisi finanziaria più grave degli ultimi decenni.

Nessuno sa meglio del mercato che in un’economia stagnante non ci sono vincitori ma solo sconfitti. Il prossimo governo godrà di una maggioranza netta sia al Senato che alla Camera. Se Berlusconi riuscirà nell’impresa di far ripartire l’economia italiana non tarderanno a manifestarsi gli effetti positivi sul listino italiano: nessun settore escluso.

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